Dimenticate chef stellati, docuserie culinarie patinate e Masterchef: The Bear è sì una serie che parla in primo luogo di cucina, ma è più la versione fictional di Cucine da incubo, mixata con quello che raccontava il compianto Anthony Bourdain in Kitchen Confidential.
Dopo un bagno di consensi ed entuasiamo internazionale, arriva anche in Italia The Bear, serie dramedy creata da Christopher Storer. Lo show sarà disponibile su Disney+ nella sezione Star dal 5 ottobre 2022 e si porta dietro delle aspettative notevoli, visti i commenti arrivati da oltreoceano, dove si parla già di titolo da classifica di fine anno.
Creata da Christopher Storer (Ramy, Dickinson), che l'ha scritta con la regista Joanna Calo, la serie ha fatto il suo debutto su Disney+ il 5 ottobre ed è una delle produzioni più sorprendenti e disorientanti che vedrete in questi mesi.
La sorpresa sta proprio nel trattare una materia che è ormai cardine nella narrazione televisiva contemporanea (la cucina, appunto) impastandola però con ingredienti inediti, come il trauma famigliare e la denuncia di un ambiente sociale tossico.

La trama: dalle cucine stellate al ristorante di famiglia
Al centro della storia c'è Carmen "Carmy" Berzatto (un ipnotico e instancabile Jeremy Allen White), chef che ha fatto fortuna nei più blasonati ristoranti del mondo, da Eleven Madison Park a The French Laundry, passando per il Noma e le recensioni di Eater, ma che a un certo punto si decide di tornare da New York a Chicago per prendere in mano il diner di famiglia, in seguito a una tremenda tragedia in famiglia.
Uno chef di alto livello, Carmy Berzatto, torna a Chicago in seguito alla morte del fratello, che si è lasciato alla spalle il ristorante di famiglia, specializzato in “italian beef sandwich“.
Il protagonista Carmen Berzatto - interpretato dall'ottimo Jeremy Allen White di Shameless - è uno chef di incredibile successo che vive a New York e lavora nella cucina di uno dei più importanti ristoranti al mondo.
Dopo il suicidio del fratello, “Carmy” deve tornare nella sua città natale, Chicago, per gestire la paninoteca di famiglia, il The Beef: uno dei tanti ristoranti italo-americani a conduzione familiare della città.
Bisogna salvare dal disastro imminente il ristorante di famiglia, l'Original Beef of Chicagoland, affettuosamente chiamato “the Beef“.
Non proprio una paninoteca. Neanche una tavola calda e nemmeno un fast food.
Carmy è tornato a Chicago all’indomani del suicidio di suo fratello maggiore Mikey, proprietario del locale, che ha fatto testamento lasciandogli the Beef.
Il locale, dal nome esplicativo “The Beef. The original beef of Chicagoland”, è un tipico ristorante americano dove si sforna cibo a ripetizione, in cui i tempi sono frenetici e portare a termine il servizio ha le sembianze di una costante lotta quotidiana.
Ma il ristorante è soffocato da problemi che Carmy non sa come risolvere.
Ogni servizio del The Beef è uno ‘shitshow’: coltelli che non tagliano, materie prime sprecate, urla, pasticceri perditempo, pane troppo secco.
Carmy però vuole trovare il modo di tenere a galla la baracca, nonostante questo gli costi un viaggio difficoltosi nei dolori del passato e inneschi in un lui uno strano parallelo tra la violenza del luogo in cui si trova ora e l'ambiente snervante e sfinente che aveva vissuto facendosi strada nel mondo del fine dining, notorio per portare chi ci lavora al limite della sopportazione fisica e psicologica.
Carmy cerca di portare nella cucina delle regole, di dare un ordine, tentando di salvare una nave che imbarca acqua da ogni parte.
E in cui i compagni di viaggio paiono remare tutti in direzioni diverse.
Alla fine del primo episodio delle serie The Bear, Carmy ha già riorganizzato il menu di the Beef.
È evidente già dai primi due episodi della serie The Bear come il giovane chef faccia di tutto per salvare il ristorante.
Un ristorante soffocato dai debiti e dal dolore
La location principale delle scene è dunque ovviamente la cucina del The Original Beef of Chicagoland, non esattamente un'insegna stellata e, anzi, locale subissato dai debiti e della sfortune.
Ma la serie indugia ed esaspera il racconto da vicino del mondo della cucina, fatta di grandi quantità di cibo da preparare, imprevisti di ogni genere da gestire, difficoltà economiche da fronteggiare, piani di lavoro e pavimenti da pulire.
Un mestiere che non lascia scampo, massacrante, che necessita di una dedizione pressoché assoluta.
Il mondo delle cucine può essere spietato, non solo quello dell’alta cucina.
Lavoro duro, dedizione e voglia di sporcarsi le mani.
Bisogna resistere, tornare ogni giorno e avere uno scopo per farlo.
Il fatto che The Bear rifiuti di allinearsi a questo paradigma, è un altro dei suoi molti meriti, sono numerosi i cuochi conquistati dalla serie per come cattura l’ansia e la volatilità del lavoro nella cucina di un ristorante.
La serie è stata girata in un vero ristorante italiano di Chicago.
Gli spazi e il modo in cui i componenti della brigata si muovono, e quasi si scontrano gli uni contro gli altri in cucina, risultano credibili e genuinamente claustrofobici.
Ma la ricostruzione più autentica della vita in una cucina professionale riguarda il suo tossico ambiente di lavoro.
Ancora oggi le brigate dei ristoranti si reggono sul modello gerarchico che mette lo chef al vertice della piramide attribuito a Escoffier, il grande cuoco francese morto nel 1935.
Fino a oggi, molta letteratura su come si diventa chef affermati, ha descritto la componente violenta e auto-distruttiva della vita di un ristorante come unico percorso praticabile per diventare veri artisti della cucina.
Ma anche per effetto della recente difficoltà di reclutare personale nei ristoranti, questo archetipo dello “chef rock-star”, onnipresente all’inizio del ventunesimo secolo, oggi è dolorosamente datato.
I personaggi di The Bear
Accanto a lui girano, in un vortice controllato solo dalle parole d'ordine del lavoro di cucina, personaggi come Richie (Ebon Moss-Bachrach), amico storico del fratello di Carmy che sbraita per tenere il locale esattamente com'era, e la nuova stagista Sydney (Ayo Edebiri), talentuosa e determinata a dimostrare come si possono cambiare in meglio le cose.
Ci sono poi un sacco di altri personaggi, tutti più o meno borderline ma anche tutti pronti a ricreare una strampalata e claudicante famiglia (c'è anche il ristoratore canadese Matty Matheson).
Lo sa bene Sydney, giovane cuoca ambiziosa che, forte di un curriculum costellato di stelle, si è candidata come sous chef del ristorante.
Nella palude che può essere un ristorante avviato al fallimento, Carmy, insieme alla sous chef Sydney, porta la sensibilità dell’alta ristorazione.
Una formazione classica la sua, con le aspettative delle brigate di cucina impresse nell’anima come un tatuaggio.
Quando Sydney tocca con mano il talento del giovane chef gli chiede: “Ma cosa ci fa qui uno come te”?
Novelli accoliti entrano in campo - Syd, cuoca ambiziosa promossa braccio destro -, vecchi pilastri inviati in corso d’aggiornamento sul terreno, Tina la cinquantenne latina dal cuore buono, nonché Richie, il cugino di sempre, il più borderline, forse il personaggio più commovente.
Richie, cugino di Carmy e migliore amico del defunto Mikey, è guidato da una rabbia irrisolta.
Tina, cuoca decana del ristorante, detesta prendere ordini dalla più giovane Sydney.
Attraverso dei flashback apprendiamo che il suo comportamento riecheggia il bullismo subito per mano dello chef con cui ha lavorato a New York (tutto insulti e occhiali alla Heston Blumenthal).
Persino Sydney, la cui personalità tranquilla e competente sembra all’inizio migliorare la situazione, porta avanti il ciclo degli abusi.
Il gruppo evolve in disfunzionale comunità - Markus, il pasticcere tuttora folgorato dal suo stage al Noma, Fak il factotum tra cacciaviti e servizio bancale in sala.
Al centro, colto nel suo monomaniaco, impossibile perfezionismo, Carmy, il protagonista principale, lo chef universale - l’orso di The Bear, animale in gabbia, perso a se stesso e a tutti i suoi.
Carmy, un protagonista brillante e fragile
Il protagonista di The Bear entra nella cucina del The Beef senza aprire alcuna linea di dialogo.
Si impone continuamente sugli altri urlando e insultando il prossimo.
La cucina è il suo regno e Carmy non ha altro nella vita: niente amici, relazioni, affetti.
Passa tutto tutto il suo tempo fra bolle, registri e preparazioni perché così ha imparato dai suoi mentori.
Le cucine stellate sono rappresentate come ambienti tossici e iper-competitivi che portano le persone che vi lavorano a continui esaurimenti nervosi.
Carmy è un ragazzo in perenne burnout che per anni - confessa in un episodio - vomitava prima di ogni servizio per la tensione.
Lo stesso Carmy paga a caro prezzo lo stress accumulato in anni e anni di una professione che l'ha portato all'asma e alle allucinazioni, tutti elementi che vengono tradotti a livello stilistico in ogni elemento della serie, dal montaggio alla musica e alla fotografia.
White è bravissimo a interpretare questa doppia faccia di Carmy: dispotico ma di successo in cucina, fragilissimo e con una vita privata devastata.
In questo ricorda la parabola dello chef de Il Sapore del Successo, interpretato da Bradley Cooper e ispirato da Anthony Bourdain.
Per Carmen, infatti, la tensione, la fretta, le scadenze e la pressione sono la droga che lo tiene in piedi e gli permette di avere un’energia quasi inesauribile.
Per preparare la sua parte, Jeremy Allen White ha pensato ai tatuaggi che porta sulle braccia e sulle mani.
Ognuno di essi ha in realtà un significato che i fan della serie possono decifrare - una sorta easter egg, di cui su Reddit si discute approfonditamente, soprattutto svelandone i legami videoludici.
Per prepararsi per il ruolo, Allen White ha girato diverse cucine per imparare dagli chef veri come funziona quel luogo di lavoro.
Non solo: per interpretare Carmen White ha effettivamente imparato a cucinare.
Il risultato è che le scene di cucina di The Bear sembrano un documentario su una brigata poco funzionale.
Urla, ritmo e linguaggio della cucina
Per la maggior parte del tempo tutti gli attori recitano urlandosi addosso, scaricando - anche sullo spettatore - la tensione di un ambiente in cui bisogna essere sempre pronti, sempre efficienti, sempre coordinati agli altri.
Perché in cucina, mentre si è presi dai passaggi delle preparazioni, non c’è tempo di guardarsi negli occhi, elaborare discorsi articolati.
Da qui il lessico di questa serie che funziona così bene: i «fuck» e «shit» sono un rumore bianco che accompagna le altre parole, mentre tutti urlano più degli altri per farsi sentire.
Il racconto della quotidianità di Carmy e delle difficoltà che deve superare tende ad essere abbastanza pressante e claustrofobico (il ritmo alto è una delle caratteristiche principali della serie) anche se emerge sempre grande attenzione nella valorizzazione della componente umana e relazionale di cui il protagonista si fa carico.
La pressione della cucina viene tradotta anche attraverso il montaggio serrato e concitato, la musica e la fotografia.
Il protagonista Carmen Berzatto non apre alcuna linea di dialogo entrando nella cucina del The Beef, ma si impone attraverso ordini, urla e insulti.
La cucina diventa così un sistema nervoso collettivo, nel quale ogni gesto deve essere coordinato e ogni errore può trasformarsi in una crisi.
Michelin-Star Chef Rates Every Fine Dining Scene From 'The Bear' | How Real Is It? | Insider
Il cibo come metafora dello stato d’animo
Ci sono poi fantastiche scene di preparazione di cibo, si tratti di minimali piatti stellati così come di panini succulenti e grondanti di grasso: ma gli alimenti qui non sono mai estetizzati in quanto tali, anzi sono sempre metafora di uno stato psicologico, di una travagliata dimensione dell'anima, sia essa disperata compostezza o crisi plateale.
L'ingranaggio che fa girare tutto è il conflitto tra la raffinatezza dell'alta cucina e la disperata determinazione che spesso coesistono in questo tipo di ambienti.
Il The Beef è sopravvissuto per decenni cucinando una manciata di piatti semplici, discretamente bene, per un numero di clienti sufficiente a tenere la nave a galla.
Cambiare una cosa, si scopre, cambia anche tutto il resto.
Nel primo episodio, Carmy chiede a Sydney cosa preparerà per il pasto del personale, il suo primo esame come speranzosa dipendente.
“Ci stupirai con qualcosa di delizioso o di impressionante?”, le chiede Carmy?
La cucina di The Bear non è mai soltanto una sequenza di ricette: è il linguaggio con cui i personaggi affrontano il lutto, il senso di colpa, l’ambizione e la paura di fallire.
Commedia, dramma e tensione
Commedia e dramma insieme, aka dramedy, una delle combinazioni più vincenti della serialità recente, capace di affrontare temi profondi, spinosi o dolorosi con humor, ritmo e leggerezza quanto basta.
I network americani FX e Hulu, che trasmettono The Bear in streaming, hanno classificato la serie come una commedia.
In effetti, in ognuno degli episodi di mezz’ora ci sono momenti divertenti.
Ma i temi prevalenti della serie sono la disperazione e l’autodistruzione.
L’atmosfera è quella di una favola sporca.
The Bear è una serie energica sulla vita di un ristorante attraversato dal dolore ma capace di mantenere una fioca luce di speranza.
Fin dall’inizio la serie disegna una traiettoria prevedibile: i nuovi arrivati si fanno strada insegnando le proprietà terapeutiche della tecnica e dell’amicizia a un gruppo di vecchi mestieranti disamorati.
Ma The Bear non si arrende alla banalità rassicurante dell’amore che conquista tutto.
La serie mette in scena il rumore e il furore come psicodramma live di un ristorante che sotto i nostri occhi rinasce, come la fenice, dalle sue ceneri.
Rischiando di bruciarsi.
Il conflitto tra perfezione e sopravvivenza
Nel settimo episodio della serie, forse il più forte di The Bear, Sydney, frustrata dalla lentezza di Carmy nel dare la scossa che migliori le cose, come ha promesso di fare, serve di nascosto a un critico gastronomico in visita al ristorante, un ambizioso risotto.
Il critico pubblica una recensione entusiasta, che attira una marea insostenibile di clienti, il classico bacio della morte che manda in crisi il ristorante.
Ogni servizio del The Beef è uno ‘shitshow’: coltelli che non tagliano, materie prime sprecate, urla, pasticceri perditempo, pane troppo secco.
Il conflitto tra la raffinatezza dell’alta cucina e la disperata determinazione dei lavoratori alimenta tutta la narrazione.
Da una parte c’è la formazione classica di Carmy, con le aspettative delle brigate di cucina impresse nell’anima come un tatuaggio.
Dall’altra c’è la realtà del The Beef, un ristorante soffocato dai debiti e dalle sfortune, abituato a sopravvivere grazie a pochi piatti semplici.
Carmy, insieme alla sous chef Sydney, porta nella palude del ristorante la sensibilità dell’alta ristorazione.
Il tentativo di cambiare menu, procedure e gerarchie mette in discussione un equilibrio precario che aveva consentito al locale di sopravvivere per decenni.
La cucina come argine esistenziale
Carmy, infatti, nonostante le enormi difficoltà di cui si deve fare carico, cerca sempre di salvaguardare la possibilità che gli altri crescano, che diventino professionali nel mestiere che fanno, che possano acquisire nuovi strumenti e progredire.
Nella sua confusione esistenziale e personale, la disciplina e l’ordine che la cucina gli impongono gli permettono anche di non essere in balia degli eventi, di avere un argine esistenziale - magari non sempre organico ma presente - a cui fare appello nei momenti di burrasca.
Nel corso della serie, inoltre, emergerà il vero motivo per cui Carmy ha deciso di rimanere nell’inferno della cucina di famiglia e di provare a salvarlo.
In un viaggio che resterà sempre tutto entro le quattro mura incrostate di una paninoteca di Chicago ma che ha un orizzonte ben più grande e universale e che ha come chiave di volta - tra gli altri - anche la ricerca di un riscatto.
È proprio questo uno dei temi principali che The Bear affronta: la ricerca di una seconda occasione che può dare i suoi frutti solo attraverso il duro lavoro e il sacrificio.
Carmy tiene duro, resiste fino quasi a spezzarsi perché risollevare il ristorante significa tenere in vita la sua famiglia, già così duramente messa alla prova.
È un eroe fragile, che resiste sotto i colpi di una realtà durissima e che non lascia scampo.
Ma lo fa perché ha uno scopo, che dà significato alla fatica dei giorni.
In questo, nella sua claudicanza esistenziale e nelle confusione che lo avvolge, Carmy è un personaggio che manifesta grandi contraddizioni, il cui movimento fisico costante è manifestazione di una irrequietezza personale, della lotta per far convivere le sue abilità e il suo destino brillante con le necessità contingenti nelle quali è stato costretto - o ha scelto - di stare.
The Bear è quindi anche una serie che mette al centro e sa parlare di grandi temi esistenziali, che racconta molto bene il dramma della lotta che ciascuno è chiamato a combattere.
Chicago come personaggio
Al pubblico americano è piaciuta anche la rappresentazione di Chicago.
Dei suoi topos culinari e non (un cartellone pubblicitario sul tetto del ristorante pubblicizza Malört, un liquore dal sapore che ricorda la vernice inspiegabilmente amato a Chicago).
Christopher Storer, nativo di Park Ridge, suburbio di Chicago, Illinois, dove conobbe nei suoi verdi anni il veridico sandwich joint “The Beef” che è all’origine della serie, conosce bene la sua città d’adozione.
La ritrae senza trucchi né fard nella sua durezza e specificità, alter ego di NY sulla stessa costa est, ma comunità locale colta qui al passo con la fauna dei quartieri popolari.
Chicago si profila personaggio a tutto tondo.
Quando Syd si offre un aggiornamento culturale facendo il giro dei top ristoranti in città, secondo voi dove si mette a tavola se non da Kasama, Elske e da Avec?
C’è di più: “Ever”, il celebre fine dining di Curtis Duffy, è non solo evocato a ripetizione ma, nell’episodio 7 della seconda stagione, accoglie Richie, futuro Maitre d’H, per tutta la durata del suo stage immersivo.
Christopher Storer e l’autenticità della serie
L’autore della serie The Bear, Christopher Storer, è noto soprattutto per i suoi documentari, tra cui il film del 2013 “Sense of Urgency”, sul noto chef americano Thomas Keller.
Christopher Storer novizio non è.
Spalla a spalla con sua sorella Courtney, cuoca di professione e culinary producer per la serie, il regista fa della comune complicità un vero duo a 360°, camera d’eco del mondo del food col quale é cresciuto, collaborando ben dieci anni prima dell’avento di “The Bear” con le migliori menti della sua generazione, gli agitatori della rivista di David Chang “Lucky Peach” in primis.
Fu sotto l’istigazione dell’allore capo redattore Chris Ying che nel luglio del 2016 Storer firmo’ un elegantissimo post-teaser per GELINAZ!, documentando la performance di Riccardo Camanini, Danny Bowien, Dominique Crenn, Paul Cunningham, Christopher Kostow, Daniel Patterson et Joshua Skenes eseguita in modo split screen simultaneo nei due ristoranti del tre stelle Corey Lee, “Benu” e “In Situ” a San Francisco.
Sarebbe solo il teatro d’una scena aperta se Storer non riuscisse, tramite il personaggio di Carmy, a farne - con un’inverosimile ossessione del dettaglio giusto - lo specchio delle paure e delle ambizioni di tutta una cuochesca generazione.
“Guardando le due prime stagioni mi son subito resa conto che certi particolari, certe manie - le etichette col nome dei prodotti incollate in un certo modo e non in un altro sui Tupperware disposti sugli scaffali - potevano venire solo da una persona con una conoscenza veramente di prima mano del mondo della ristorazione” riflette Sabrina Piazzi, proprietaria della piacentina Locanda del Falco.
“I giovani cuochi, e non solo, mi ci metto anche io, si riconoscono appieno nelle vicissitudini di Carmy e della sua banda.”
Il rapporto tra cucina e vita privata
“E’ chiaro che il suo personaggio mi parla, e tanto. Mi ritrovo, come immagino altri della mia generazione, nelle sue ossessioni, il coinvolgimento totale nel progetto d’un ristorante che richiede il 100% delle energie. Senza compromessi all’orizzonte, col rischio di mettere in pericolo il privato, di voltare le spalle alla sfera personale e di lasciar appassire la vita sentimentale.”
Per Carmy e Claire, io la vedo male.
Son pessimista perché so quanto difficile sia per noi cuochi, nel tunnel senza uscita del quotidiano, lasciar entrare una botta di vita… nella nostra vita.
Si dice sempre, “la cucina, un mestiere d’avvenire”.
Ma per i rapporti personali, magari no.
La terza stagione prende il passo sulle due precedenti, allevia la tensione, mette il focus singolarizzando le traiettorie personali.
Resta nondimeno che, alla fine della terza stagione (attenzione: spoiler) non sappiamo se Carmy prenderà o no il coraggio a quattro mani per scusarsi col suo amore di sempre, Claire.
Se solo lo facesse, la serie televisiva potrebbe svincolarsi un tantinello dalla bromance a torto e a traverso, arricchendo la gamma espressiva della stagione a venire con un velo di più intimiste tonalità.
Ma lo si sa, in cucina i sentimenti son lasciati nell’armadietto del vestiario.
“E’ un po’ il limite della serie” puntualizza Pietro Carlo Pezzati, lo chef della Locanda del Falco che ne sa una più del diavolo.
“Eppure c’è una vita oltre le pinzette, gli schizzetti e le goccioline di salsa nel piatto.”
Per tanti, troppi cuochi, anche quelli della mia generazione, il lavoro passa prima della sfera privata.
Ma non si vive solo al pass.
Le stagioni e il formato
The Bear è composta di 8 episodi da 30 minuti, come ormai se ne vedono poche.
Per un certo periodo si è pensato che la lunghezza delle puntate ne accrescesse il valore, ma c’è chi va in controtendenza.
La serie televisiva, diffusa su Disney +, si è aggiudicata una terza stagione ora mondialmente disponibile, con già l’immenso successo planetario che si sa, e una quarta annunciata a breve.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Ideatore | Christopher Storer |
| Interpreti | Jeremy Allen White, Ebon Moss-Bachrach |
| Produzione | FX Productions |
| Anno di uscita | 2022 |
| Stagioni | 3 (28x20-66') |
| Prima messa in onda | Disney+ |
| Dove si può vedere ora | Disney+ |
| Genere | commedia drammatica |
Nella colonna sonora c’è “Chicago” di Sufjan Stevens, e per me potrebbe essere abbastanza.
Le apparizioni degli chef e il rapporto con la ristorazione reale
La terza stagione offre un parterre di featurings francamente senza pari.
Alla testa di ben sette ristoranti a Copenaghen, la messicana Rosio Sanchez, un tempo pasticcera da Noma e da sempre Chicago girl forever, torna spesso nella sua città natale.
“Però non mi sarei mai aspettata di essere un giorno invitata ad interpretare il mio proprio ruolo nell’ultimo episodio della terza stagione. Ritrovandomi sul set con Cristina Tosi, Will Guidara, l’altra metà di Eleven Madison, nonché Wylie Dufresne, il pioniere della cucina modernista americana.”
“Christopher e Courney hanno concepito questa scena finale come il flusso ininterrotto d’una serata a cena, d’una lunga conversazione in cui abbordavamo liberamente temi e soggetti a noi comuni, la paura, la durezza del mestiere, l’abnegazione al lavoro, la violenza rivolta contro noi stessi e gli altri, implicita nelle dure condizioni di lavoro al ristorante.”
“Questo episodio fiale suona vero, non ha note storte, perché è stato filmato come una riunione di famiglia, un raduno di amici.”
“Tra l’altro Will Guidara ha non poco aiutato gli Storer per tutta questa terza stagione verificando l’esattezza dei tremila dettagli, dei ritmi e dei gesti precisi, gli elementi di linguaggio, in sala come in cucina, strettamente legati conduzione d’un fine dining al quotidiano”.
Nel corso degli episodi precedenti altre celebrità si son volentieri prestate agli onori della “partecipazione straordinaria di”.
Vediamo cosi’ Daniel Boulud, padella in mano, insegnare a Carmy i segreti della più gentile cottura in pieno coup de feu, Thomas Keller commentare i valori “famigliari” della trasmissione.
E persino René Redzepi, va a lui il trofeo del più ironico cameo - inquadrato da lontano, un po’ flou, fantomatica e messianica apparizione.
“Non sono solo delle comparsate” continua Rosio Sanchez.
“Per Christopher non è un pretesto per fare il fico col name dropping a tutto spiano.”
“Sapendo che The Bear è un oggetto televisivo non identificato, che mira dritto al cuore dei più giovani chef, quei trentenni o al massimo quarantenni che si riconoscono nelle vicissitudini di Carmy e della sua corte, per lui avere Boulud, Keller o René era un modo per rendere un omaggio sincero a queste storiche figure.”
“Che tanto fecero, e tuttora fanno, per la cucina di oggi e di domani.”
Perché The Bear è diversa dai cooking show
I cooking show funzionano perché hanno tendenzialmente in comune due ingredienti fondamentale: i giudici e la tensione.
I primi sono esperti dell’arte culinaria chiamati a sentenziare spietatamente e talvolta addirittura a umiliare i concorrenti; la seconda è fondamentale per il ritmo e ha una sua liturgia fatta di riti di passaggio (il pressure test, a esempio) e costanti iconografiche (il famigerato grembiule nero).
Una cosa ci è chiara, sulla cucina: c’è chi comanda e guida e chi esegue.
Guardatela, liberi dal monopolio di talent e reality show troverete la cucina in televisione di nuovo eccitante.
La serie si muove in un ambiente narrativo ancora relativamente poco esplorato come quello delle cucine e lo fa da una prospettiva interessante - seppur abbastanza settaria.
Per quelli tra di noi rimasti ai tempi dei reality e di MasterChef, “The Bear” racconta la storia di un ragazzo come tanti, giovane cuoco fuggito per la carriera all’altro capo del mondo ma costretto a rinnovare con Chicago, la sua amata/odiata città natale, dove riprende in gestione, in seguito al suicidio del fratello, il caotico fast food famigliare.
Dalle stelle alle stalle, ritorno ai basics: ai sandwiches di vitellone.
Ma il lupo perdendo il pelo, riecco il vizio: con l’urgenza di razionalizzare, ristrutturare, innovare, poco a poco il bugigattolo sogna di far pelle nuova.
Un fenomeno televisivo e culturale
Diventando cammin facendo un fenomeno di costume, di società.
Di sicuro il primo oggetto televisivo sulla cucina - dai discutibili fasti di No Reservations d’Anthony Bourdain - a sventolare lo stendardo della pop culture.
The Bear è un trionfo dalla prima all’ultima scena.
Ma è su questa che dobbiamo concentrarci: un finale con molte implicazioni.
Perché è un cambio di scenario cruciale, un “mezzo” che Carmy si ritrova senza aver fatto fatica.
“Sarebbe solo il teatro d’una scena aperta se Christopher Storer non riuscisse, tramite il personaggio di Carmy, a farne - con un’inverosimile ossessione del dettaglio giusto - lo specchio delle paure e delle ambizioni di tutta una cuochesca generazione”.
Il successo della serie nasce dalla capacità di trasformare la cucina in un luogo universale, nel quale il lavoro diventa contemporaneamente vocazione, rifugio, dipendenza e causa di conflitto.
Il ristorante è un gruppo di famiglia in un interno, da tempo mai così commovente visto in televisione.
Informazioni sui contenuti
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16.
Presenza di scene sensibili: uso di alcol e droga, scene a contenuto sessuale e di nudo.
La serie racconta un ambiente di lavoro fatto di lutto, pressione psicologica, conflitti familiari, abuso verbale e dipendenza dal successo.