Peste nera: cause, origine e diffusione della pandemia

La cosiddetta peste nera (1346-1353) è stata l’ondata iniziale di una pandemia che ha flagellato i nostri antenati per quasi cinque secoli ed è probabilmente stata una delle catastrofi infettive più letali per l’umanità.

La peste nera è stata una delle pandemie più famigerate della storia. Fu una delle malattie più letali di sempre, seconda solo al vaiolo. È sinonimo di orrore e devastazione ed è una delle catastrofi sanitarie che più hanno segnato la storia della nostra specie.

Il nome è dovuto alle tipiche macchie nere e livide che ne sono uno dei sintomi più visibili. La peste nera era una peste bubbonica, la forma più comune della malattia. Il nome si riferisce ai tipici bubboni, linfonodi dolorosamente gonfi, che compaiono intorno all’inguine, alle ascelle o al collo.

La causa della peste nera: il batterio Yersinia pestis

La peste nera, nota anche come peste bubbonica, fu causata dal batterio Yersinia pestis. La peste è una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis, solitamente presente nelle pulci dei roditori.

In base a questa caratteristica, gli storici della medicina oggi ritengono che la malattia fu un’epidemia insolitamente aggressiva di peste bubbonica, causata dal batterio Yersinia pestis. Per centinaia di anni, la causa delle epidemie è rimasta misteriosa e avvolta nella superstizione. Ma osservazioni attente e progressi nella scienza e microscopia hanno infine contribuito a svelare il vero colpevole.

Y. pestis è un batterio a forma di bastoncino straordinariamente virulento. Y. pestis disattiva il sistema immunitario del suo ospite iniettando tossine nelle cellule di difesa, come i macrofagi, che hanno il compito di rilevare le infezioni batteriche.

Il ciclo naturale: roditori, pulci e contagio umano

La peste normalmente si riscontra nei roditori, che si contagiano a vicenda attraverso le punture delle pulci. Gli esseri umani fanno parte delle circa 200 specie mammifere che sono ospiti sensibili alle infezioni da Y. pestis, e in determinate condizioni che non comprendiamo ancora completamente, la malattia può passare dai roditori all’uomo.

Molti piccoli mammiferi fungono da ospiti per il batterio, tra cui ratti, topi, cani della prateria, conigli e scoiattoli. Durante un ciclo enzootico (o ciclo vitale di un patogeno), Y. pestis circola tra le popolazioni animali.

I ratti sono stati a lungo considerati il principale vettore delle epidemie di peste a causa della loro stretta connessione con gli esseri umani nelle aree urbane. Quando i roditori muoiono a causa dell’infezione, le pulci saltano su un nuovo ospite. L’inevitabile puntura della pulce trasmette Y. pestis.

Un elemento cruciale nella rapida diffusione della malattia fu il ruolo dei ratti infetti e delle pulci che essi ospitavano. Quando un ratto infetto moriva, le pulci cercavano un nuovo ospite, spesso mordendo gli esseri umani e trasmettendo così la malattia.

Anche il batterio della peste ha verosimilmente fatto un salto di specie, o spillover, dagli animali agli esseri umani, e le specie su cui ricadono i maggiori sospetti sono le marmotte.

La peste è un’infezione zoonotica, trasmessa dagli animali all’uomo. Il ciclo vitale naturale del batterio dai roditori alle pulci può, in circostanze particolari, venire alterato e la malattia trasmettersi dagli animali all’uomo (zoonosi) e da uomo infetto a uomo.

Come si trasmette la peste

Gli esseri umani si ammalano con il morso di pulci infette, ma anche attraverso il contatto diretto con animali infetti o per inalazione delle goccioline infette, emesse da una persona con peste polmonare.

La peste bubbonica normalmente si trasmette attraverso la puntura di una pulce infetta. La trasmissione da uomo a uomo della peste bubbonica è rara.

La peste polmonare, il tipo più contagioso, è uno stadio avanzato della peste che si diffonde nei polmoni. Può svilupparsi dall’inalazione di goccioline infettive o può svilupparsi da peste bubbonica o setticemica non trattata dopo che i batteri si diffondono ai polmoni.

La peste polmonare si presenta con sintomi molto gravi ed è particolarmente contagiosa, a rischio di scatenare gravi epidemie. Se non trattate, la peste bubbonica e quella polmonare possono progredire fino alla peste setticemica, infettando il flusso sanguigno.

Forma della pesteMeccanismo principaleCaratteristiche
Peste bubbonicaMorso di pulce infettaIl batterio raggiunge i linfonodi e provoca il bubbone
Peste setticemicaDiffusione nel sangueIl batterio raggiunge gli organi e può causare una sepsi diffusa
Peste polmonareInalazione di goccioline infetteÈ particolarmente contagiosa e può provocare gravi epidemie

I sintomi e le forme cliniche

Le persone infettate da Y. pestis sviluppano sintomi dopo un periodo di incubazione da uno a sette giorni. Sintomi comuni che accompagnano le tre forme della malattia sono febbre, brividi, dolori alla testa e al corpo, debolezza, vomito e nausea.

La peste bubbonica è la forma più comune. A seguito del morso della pulce, il batterio Yersinia pestis penetra nel sistema linfatico e si insedia nei linfonodi più vicini dove si replica. Il linfonodo diventa quindi infiammato, teso e doloroso (“bubbone”). Negli stadi avanzati dell’infezione i linfonodi infiammati possono trasformarsi in piaghe aperte piene di pus.

La peste bubbonica può, dai linfonodi, passare al sangue e quindi diffondersi in tutto l’organismo, dando luogo a peste setticemica. Si tratta di un quadro clinico molto più grave: il batterio, trasportato dal flusso sanguigno, raggiunge i principali organi dando luogo a una sepsi diffusa, condizione che, se non curata, può risultare fatale in breve tempo.

Spesso i tessuti possono necrotizzare e assumere una colorazione nerastra su dita delle mani e dei piedi e sul naso. La peste setticemica può verificarsi come il primo sintomo della peste o può svilupparsi da peste bubbonica non trattata.

Il terzo quadro clinico è la variante detta peste polmonare, in quanto si sviluppa nell’apparato respiratorio. La polmonite può causare insufficienza respiratoria e shock.

La peste è una malattia molto grave, in particolare nelle sue forme setticemiche e polmonari, con un tasso di letalità di oltre il 30% se la malattia non viene trattata. La peste polmonare non diagnosticata e trattata tempestivamente può essere fatale.

Le condizioni che favorirono la pandemia

Il contesto storico dell’Europa del XIV secolo era caratterizzato da una popolazione in rapida crescita, città densamente popolate e condizioni igieniche precarie. Queste città, con i loro stretti vicoli e le abitazioni ammassate, erano terreno fertile per la diffusione di malattie.

Le condizioni di vita insalubri, la mancanza di conoscenze mediche avanzate e l’assenza di qualsiasi forma di quarantena resero l’Europa particolarmente vulnerabile.

La popolazione del medioevo semplicemente era più vulnerabile alla malattia, magari a causa di qualche componente genetica? O lo stesso batterio differiva in qualche modo particolare che lo rendeva più virulento?

Inoltre, l’Europa del 1300 era un continente in tumulto. Fattori come cambiamenti climatici, carestie e conflitti sociali avevano già indebolito la resistenza delle popolazioni e questo ambiente, insieme all’inaspettata e devastante irruzione della peste, creò una tempesta di portata enorme, causando la morte di milioni di persone in tutto il continente.

Le città medievali presentavano condizioni che potevano favorire la presenza di roditori e pulci: sovraffollamento, scarsa igiene, putrefazione delle materie organiche, umidità e calura.

Con la mancanza d’igiene nelle città, con la putrefazione delle materie organiche e con l’influsso dell’umidità e della calura, le città potevano diventare ambienti particolarmente vulnerabili alla diffusione del morbo.

Nel 1350 le autorità municipali di Parigi raccomandavano ai cittadini di evitare di far transitare branchi di porci nel centro cittadino. Le città intervennero in materia di fognature, pavimentazione stradale, illuminazione e, sia pure limitatamente, raccolta di rifiuti.

Diffusione della peste nera lungo rotte commerciali

L’origine geografica della peste nera

L’origine geografica della peste nera è stata a lungo ritenuta in Asia orientale, precisamente in Cina, anche se le prove certe in proposito sono mancate a lungo.

Prima di raggiungere l’Europa, questa malattia devastante aveva già mietuto vittime in Asia, soprattutto in Cina, da dove ha iniziato il suo mortale viaggio verso ovest, seguendo le rotte commerciali.

Gli storici ritengono che abbia avuto inizio in Cina nel 1334 e che si sia rapidamente diffusa lungo le rotte commerciali. Tuttavia, le origini della pandemia sono ancora oggi poco comprese e continuano a essere studiate e dibattute.

Di recente un gruppo internazionale di scienziati, guidati dall’istituto Max Planck di Jena e Leipzig, in Germania, hanno unito competenze in storia, archeologia e nelle più moderne tecniche per lo studio del DNA.

Il loro obiettivo era scovare tracce delle versioni più “arcaiche” di Yersinia pestis, il batterio responsabile dell’epidemia, nei resti di esseri umani. Lo scopo ultimo era risalire il più indietro possibile al probabile innesco dell’epidemia che dal XIV secolo si era diffusa in molte regioni del mondo.

I risultati dell’indagine sono stati pubblicati sulla rivista Nature il 15 giugno 2022. In base ai risultati ottenuti gli scienziati hanno suggerito che il patogeno potrebbe aver iniziato a circolare, a partire dal 1338, in una precisa regione dell’Eurasia centrale.

Le prove dai cimiteri del Kirghizistan

Gli scienziati dell’istituto Max Planck hanno studiato resti umani di antichi cimiteri nei pressi del lago salato Issyk Kul, nell’odierno Kirghizistan settentrionale, mostrando che tra il 1338 e il 1339 un’intera comunità del luogo era stata colpita da un’epidemia.

Il primo indizio del contagio è stato il gran numero di sepolture risalenti a tale biennio. Non solo: analizzando le iscrizioni in lingua siriaca su molte delle lapidi, i ricercatori hanno decifrato informazioni sulla causa delle morti, indicata come una non specificata “pestilenza”, termine generico per indicare appunto una malattia grave e contagiosa.

Al di là di queste preziose informazioni, la “pistola fumante” è però sempre rimasta nascosta: non vi era cioè finora alcuna prova schiacciante che all’origine del disastro vi fosse proprio Yersinia pestis, un patogeno che contagia gli esseri umani a partire dalle pulci che vivono su diversi animali tra cui i topi.

Gli autori dell’articolo appena pubblicato su Nature hanno agito da detective, sequenziando e analizzando il DNA antico dei resti di alcuni individui, sette, per la precisione, riesumati da questi luoghi di sepoltura.

Nelle letture del materiale genetico i ricercatori hanno cercato segni utili per risalire alla causa delle morti. In parallelo hanno tradotto e analizzato i dati d’archivio scaturiti dai precedenti scavi archeologici e li hanno poi combinati con le analisi del DNA antico.

Hanno così trovato frammenti di DNA di Yersinia pestis in tre di loro, in particolare nella polpa dentale dei corpi. Dallo studio dei cimiteri di Kara-Djigach e Burana risulta probabile, insomma, che Yersinia pestis avesse avuto un ruolo chiave in quell’epidemia.

Come il DNA antico ha chiarito la causa delle morti

I denti sono la parte migliore dello scheletro da utilizzare perché il duro smalto esterno funge da guscio, proteggendo per secoli il DNA all’interno del dente.

Potete pensare a questa combinazione di archeologia e biologia molecolare come alla nostra lente per guardare nel passato. Grazie agli sviluppi scientifici degli ultimi anni, possiamo ora recuperare minuscoli pezzi di DNA di antichi agenti patogeni e cercare indizi su come i loro geni siano cambiati nel tempo.

Dopo aver raccolto i denti, li sottoponiamo a un processo chimico per isolare le molecole di DNA dalle cellule che abbiamo recuperato. Sfortunatamente questo processo isola indiscriminatamente DNA da tutte le fonti - piante, esseri umani, terra, batteri - e da qualche parte in questo gigantesco pagliaio molecolare si trovano i minuscoli pezzi di DNA dell’antico agente patogeno.

Utilizziamo una tecnica detta cattura del DNA per ottenere questi specifici frammenti di DNA. È un po’ come pescare, solo che invece di prendere pesci, catturiamo molecole.

Disegniamo esche che corrispondono a parti del codice genetico del target di Y. pestis. Non ci ritroviamo con una lunga stringa di DNA codificante Y. pestis. Abbiamo invece un sacco di piccolissimi frammenti di DNA.

Possiamo poi usare un computer per rimetterli insieme e ricostruire così l’antico genoma dell’agente patogeno. Con il genoma ricostruito su un file, possiamo confrontare l’antico agente patogeno con la versione di Y. pestis in circolazione ai giorni nostri, per vedere se è cambiato nel tempo.

Non solo. Da un paio di campioni i ricercatori sono stati in grado di isolare e ricostruire due intere sequenze del DNA del batterio, riconducibili a un unico ceppo.

Questi risultati sono considerati dagli studiosi ottime prove per affermare di aver ricostruito la “scena del crimine” e per considerare quindi i morti di quei cimiteri le più antiche vittime note della peste nera, nonché il luogo dove potrebbe essere avvenuto “il Big Bang” dell’evoluzione in più ceppi del temibile batterio.

Il batterio medievale era più virulento?

Il motivo del soccombere della popolazione umana alla Pesta Nera rimane ancora irrisolto. Dopotutto, facendo due passi veloci in una stazione metropolitana di qualsiasi grande città ci si renderà conto che non ci siamo proprio liberati dei ratti.

Gli studiosi si sono chiesti se gli uomini del passato vivessero in condizioni più favorevoli alle infezioni batteriche, se la popolazione medievale fosse più vulnerabile alla malattia a causa di una componente genetica oppure se lo stesso batterio differisse in qualche modo particolare, rendendolo più virulento.

Abbiamo sorprendentemente scoperto che l’antico batterio della peste era quasi identico a Y. pestis in circolazione ai giorni nostri. Questo significa che l’antica malattia probabilmente non era più virulenta di quella che si vede oggi.

Potremmo semplicemente vivere in condizioni che prevengono infezioni su larga scala come quella che ha afflitto l’Europa medievale, ma una possibilità più intrigante è che i nostri geni potrebbero essere cambiati per renderci più adatti ad affrontare queste particolari malattie infettive.

Il prossimo passo sarà studiare gli esseri umani dell’antichità per vedere se i loro geni sono diversi dai nostri.

Le rotte commerciali e la diffusione verso l’Europa

Dati storici e artefatti, incisioni incluse, documenterebbero poi gli intensi rapporti commerciali di questa regione con altre dell’Eurasia.

La località sorge infatti sull’antica Via della Seta e, spiegano gli studiosi, nelle tombe sono state ritrovate perle provenienti dall’Oceano indiano, coralli del Mediterraneo e monete straniere.

Le vie carovaniere e le rotte più battute spiegherebbero, secondo i ricercatori, come l’epidemia si sia diffusa proprio in quegli anni in numerosi altri territori: Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

Inoltre, l’intenso commercio tra l’Asia e l’Europa, favorito dalla rinascita delle città mercantili e dalla stabilizzazione delle rotte della seta, facilitò il passaggio della peste dalle regioni asiatiche al continente europeo.

La peste nera persistette per secoli, in particolare nelle città. La causa non fu scoperta fino all’ultima epidemia globale, che iniziò in Cina nel 1860 e terminò ufficialmente solo nel 1959.

La Crimea e l’arrivo della peste in Europa

Nel 1347 la peste raggiunse Feodosija, sulla costa sudorientale della penisola di Crimea. L’epidemia si sarebbe diffusa proprio tra le fila dei soldati mongoli.

Dato che la malattia avanzava rapidamente, il Comandante decise di porre rapidamente fine all’assedio prima che il suo esercito ne fosse decimato.

La peste si diffuse poi attraverso i centri più popolosi e maggiormente esposti ai traffici commerciali.

La peste nera fu una pandemia plurisecolare che si diffuse in Asia e in Europa. Dilagando attraverso Asia e Europa intorno alla metà del quattordicesimo secolo, ridusse la popolazione europea fino al 50% nei centri urbani, in un periodo di soli cinque anni (1347-1351).

La mortalità e le conseguenze demografiche

In quei primi sette anni la malattia, secondo alcune stime, ha causato la morte di circa il 60 per cento della popolazione dell’epoca.

Si stima che tra il 1347 e il 1351, periodo in cui la peste colpì con la sua massima virulenza, morirono tra i 75 e i 200 milioni di persone. Questa cifra rappresenta circa il 30%-60% della popolazione europea dell’epoca.

La diversa durata considerata spiega la differenza tra le stime: la peste nera viene descritta come ondata iniziale tra il 1346 e il 1353, mentre in Europa colpì con la massima virulenza tra il 1347 e il 1351.

Regioni intere furono decimate e, in particolare, aree densamente popolate come le città e i grandi centri commerciali furono le più colpite, con tassi di mortalità che in alcuni casi superarono il 50%.

Questo enorme numero di vittime ebbe un effetto duraturo sulla cultura europea: la grande riduzione della classe contadina destabilizzò il sistema feudale, preparando la strada a modelli economici più vantaggiosi.

La riduzione drastica della popolazione ebbe ripercussioni immediate e a lungo termine. Molti villaggi furono completamente abbandonati, mentre città un tempo fiorenti divennero ombre di ciò che erano state.

La mancanza di manodopera portò a una crisi in vari settori, dalla produzione agricola all’artigianato, e i terreni coltivabili vennero abbandonati e, in molti casi, la natura li riassorbì. Questo, a sua volta, causò una diminuzione della produzione agricola e una conseguente carestia in alcune aree.

Le conseguenze economiche e sociali

La peste nera non solo modificò il paesaggio demografico europeo, ma causò anche significative perturbazioni economiche.

Nel breve termine, la rapida e massiccia mortalità portò a una grave carenza di manodopera in tutti i settori: l’agricoltura, la spina dorsale dell’economia europea dell’epoca, fu particolarmente colpita e molti campi rimasero incolti, causando una diminuzione della produzione di cibo con conseguenti carestie locali e una drastica inflazione dei prezzi alimentari.

Le città, dove la peste spesso colpiva con maggiore intensità a causa della densità della popolazione, videro crollare il loro tessuto economico. Artigiani, mercanti e lavoratori specializzati morirono in grandi numeri, causando una brusca interruzione nella produzione e nel commercio.

Questo declino urbano fu accentuato dalla fuga delle persone dalle città, spinte sia dalla paura della malattia sia dalla crescente carenza di risorse e opportunità.

Nel lungo termine, però, la riduzione della forza lavoro ebbe alcune conseguenze inaspettate: la carenza di lavoratori trasformò l’equilibrio di potere economico a favore di chi era ancora in vita.

I salari aumentarono, poiché la manodopera divenne una risorsa rara e preziosa e questo portò, in alcune regioni, a una maggiore mobilità sociale e a un miglioramento delle condizioni di vita per i lavoratori.

Inoltre, la grave contrazione della popolazione stimolò l’innovazione. La mancanza di manodopera incoraggiò lo sviluppo e l’adozione di nuove tecnologie e metodi agricoli più efficienti mentre nel contesto urbano l’emergere di nuove classi mercantili e la riorganizzazione del commercio portarono a una maggiore diversificazione economica e a una crescente interconnessione tra le città europee.

Tuttavia, non tutte le conseguenze economiche furono positive. La destabilizzazione delle tradizionali strutture feudali, combinata con le crescenti tensioni sociali, portò a rivolte e conflitti in molte regioni.

La scarsità di manodopera rese i contadini più audaci nel chiedere migliori condizioni e diritti, sfidando l’aristocrazia e la gerarchia sociale e queste tensioni sfociarono in rivolte come la Rivolta dei contadini in Inghilterra nel 1381.

In molte regioni, le autorità cercarono di controllare i salari e i prezzi attraverso leggi, come il cosiddetto “Statuto dei Lavoratori” in Inghilterra, che cercava di congelare i salari al livello pre-peste, una mossa che provocò ulteriori disordini e resistenze.

Paura, religione e persecuzioni

In termini culturali e sociali, la morte su vasta scala causata dalla peste portò a un profondo senso di fatalismo. L’arte, la letteratura e la religione dell’epoca riflettono questo cambiamento, con un aumento delle rappresentazioni di morte e tristezza.

Questa epidemia ebbe profonde ripercussioni anche sul tessuto sociale e politico del continente. A livello sociale, il trauma collettivo della morte su così vasta scala creò una palpabile sensazione di precarietà e mortalità.

Si manifestarono nuove forme di espressione religiosa, come i flagellanti, che attraversavano le città in processioni penitenziali, sferzandosi in segno di penitenza, nella speranza di placare l’ira divina che credevano fosse la causa della peste.

Allo stesso tempo, molte persone cercarono sfogo nelle indulgenze e nei piaceri terreni, dando vita a una rinascita della cultura dei banchetti, della musica e dell’arte, spesso con temi memento mori che ricordavano la fragilità della vita umana.

In molte comunità, la perdita di così tante vite fece emergere tensioni e paura, portando a episodi come le persecuzioni degli ebrei, che vennero in molti casi incolpati ingiustamente della diffusione della peste.

Minoranze, come gli ebrei, furono ingiustamente accusate di avvelenare i pozzi e di causare deliberatamente la peste e queste accuse infondate portarono a violente persecuzioni e all’espulsione di intere comunità ebraiche da numerose città europee.

Il Decameron come testimonianza della peste

Giovanni Boccaccio, uno dei più importanti autori della letteratura italiana del Trecento, ha scritto “Il Decameron” in un periodo dominato dalla devastante peste nera.

Quest’opera, composta tra il 1349 e il 1353, non solo rappresenta un capolavoro della narrativa breve, ma serve anche come testimonianza diretta e vivida delle realtà e delle percezioni dell’epoca durante uno dei periodi più tragici della storia europea.

Boccaccio sceglie la peste come tela di fondo per il suo racconto, non solo per dare una giustificazione narrativa alla riunione dei suoi dieci giovani narratori, che fuggono dalla città infetta per rifugiarsi in una villa di campagna, ma anche per offrire una meditazione profonda sulla natura transitoria della vita e sulla necessità di trovare significato e piacere di fronte all’incertezza.

Nell’introduzione del “Decameron”, Boccaccio fornisce una descrizione dettagliata e sconcertante della peste e delle sue conseguenze sulla società fiorentina.

Descrive con precisione clinica i sintomi della malattia, i metodi utilizzati per tentare di curarla e la rapidità con cui essa miete vittime.

Ma, forse ancora più rivelatori, sono i suoi resoconti delle reazioni sociali: famiglie che abbandonano i propri cari, l’isolamento di individui o intere case, l’abbandono delle norme sociali e religiose e, in alcuni casi, la dedizione a un’esistenza licenziosa, essendo ogni giorno vissuto come se fosse l’ultimo.

Sebbene “Il Decameron” sia innanzitutto un’opera di finzione, la sua descrizione della peste e delle sue implicazioni socio-psicologiche fornisce agli storici una fonte primaria inestimabile sull’ambiente del XIV secolo.

Le prime misure di sanità pubblica

Nel 1347 l’emergenza della peste nera fu affrontata dai medici di allora attingendo alla fonte comune di Ippocrate e Galeno, il più delle volte accapigliandosi senza costrutto.

Dovendosi cimentare con il terribile morbo, la medicina non ne capiva l’eziologia, come del resto di nessun’altra malattia infettiva.

Metodologicamente, quando si analizza la realtà, per quanto sperimentalisti si possa essere, si parte sempre da un paradigma interpretativo.

Si partiva però da presupposti sbagliati. Così toccare vestiti, tappeti ed altri effetti degli appestati poteva significare entrare in contatto con il miasma della peste, in quanto elemento appiccicaticcio.

La peste era temuta perché i miasmi si sarebbero diffusi meglio dalle paludi con il caldo. Questa interpretazione rendeva la malattia una realtà refrattaria alle terapie e ai metodi prevenzionali accademici.

Salassi, purghe, rimedi vegetali, nulla riusciva ad ostacolare la malattia.

L’unica difesa era la fuga il più lontano possibile senza fretta di tornare, già nei fatti adottata da Galeno anche se difforme dalla sua teoria o paradigma. Divenne il “Cito, longe, tarde”, quasi una formula magica per scampare alla peste.

Fuori dalle città murate e dai loro effluvi pestilenziali, le campagne sembravano offrire un idillico rifugio contro il contagio.

Da qui la nascita degli Uffici di Sanità con poteri amministrativi, una specie di periti peritorum che, con decisioni dettate da buon senso più che da una vera e propria conoscenza scientifica, cercarono di arginare il dilagare senza limiti di quella gravissima pandemia.

Le città stabilirono posti di guardia e quarantene, e vennero create nuove strutture, come i lazzaretti, per isolare e curare i malati.

L’impatto dell’epidemia impose a tutti i vascelli in arrivo di rimanere alla fonda per un periodo di 40 giorni, da cui il termine di quarantena.

Queste misure non solo segnarono l’inizio di una più moderna gestione della sanità pubblica, ma rafforzarono anche il potere e l’autorità dei governi centrali.

Dalla culla alla tomba, gli Stati italiani cominciarono a ispezionare, registrare e controllare numerosi aspetti della vita ordinaria.

Milano al contrario ebbe solo 15000 morti su 100000 abitanti. Per tradizione, si ritiene che in ciò risieda una delle principali spiegazioni del numero relativamente basso di vittime milanesi.

Venezia disponeva di barriere d’acqua che possedeva invece Venezia e predispose prontamente il controllo dell’ingresso di persone e di merci in città.

Anche se è da dire che la pratica della quarantena riuscì a preservare dal contagio intere regioni, le misure restrittive si applicavano a persone e prodotti provenienti da aree potenzialmente infette.

La peste oggi

Attualmente nel mondo riscontriamo ancora circa 2000 casi di infezione da Y. pestis.

La peste è ancora oggi un problema di salute pubblica e si manifesta in varie parti del mondo. Tra il 2004 e il 2014, la Repubblica Democratica del Congo ha segnalato la maggior parte dei casi di peste a livello mondiale, con 4.630 casi umani e 349 decessi.

Gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Vietnam e la Mongolia sono tra gli altri paesi che hanno registrato casi confermati di peste umana negli ultimi anni.

Non ci sono casi di peste in Italia e in Europa. Epidemie di peste si verificano periodicamente in Africa, Asia, Sud America, la zona occidentale degli Stati Uniti.

La peste può essere curata con antibiotici e la sua diffusione controllata con l’uso di adeguate misure di prevenzione. Oggi la maggior parte delle persone sopravvive grazie a una diagnosi rapida e al trattamento antibiotico.

La peste è una infezione batterica molto grave, ma è curabile con gli antibiotici comunemente disponibili. Prima un paziente cerca assistenza medica e riceve un trattamento adeguato, migliori sono le possibilità di un pieno recupero.

La peste polmonare, in particolare, può essere rapidamente fatale quindi la diagnosi e il trattamento precoci sono essenziali per la sopravvivenza e la riduzione delle complicanze.

Tuttavia, la possibilità di guarigione è alta se i sintomi sono rilevati e trattati in tempo, entro 24 ore dall’esordio, con l’appropriata terapia antibiotica.

La maggiore probabilità di rischio di contrarre la peste per l’uomo avviene, nelle aree rurali, quando periodicamente insorgono focolai epidemici dell’infezione tra i roditori che ne causano un’alta mortalità.

Le persone e gli animali che visitano i luoghi in cui i roditori sono recentemente morti di peste rischiano di essere infettati dalle punture delle pulci.

Le pulci infette possono anche essere portate a casa dagli animali domestici, cani e gatti, che, a loro volta, rischiano di contrarre la peste.

I gatti sono particolarmente suscettibili alla peste e possono essere infettati mangiando roditori infetti. I gatti malati presentano il rischio di trasmettere goccioline infette ai loro proprietari o ai veterinari.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità mira a prevenire i focolai di peste mantenendo un sistema di sorveglianza e supportando i Paesi a rischio nella preparazione alla gestione degli eventi epidemici.

Le domande ancora aperte sull’origine della pandemia

La ricerca è frutto di almeno dieci anni di indagini e, nonostante gli ottimi risultati, è ben lontana da essere conclusa.

Grazie ai risultati, ma soprattutto al metodo di questo studio, sarà possibile investigare anche altri siti interessanti e forse riavvolgere il nastro della diffusione dei contagi anche in Europa, Cina e nel resto dell’Asia orientale.

Gli interrogativi riguardano non soltanto il luogo preciso in cui il batterio iniziò a circolare, ma anche le condizioni che favorirono il passaggio dagli animali agli esseri umani, la vulnerabilità delle popolazioni medievali e il ruolo dei cambiamenti genetici del batterio e degli esseri umani.

Questi risultati aiutano a comprendere la causa biologica della peste nera, ma la portata della pandemia dipese dall’interazione tra il batterio, gli animali ospiti, le pulci, le rotte commerciali, le città densamente popolate e le condizioni sociali dell’Europa del XIV secolo.

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