Felicia Bartolotta Impastato è ricordata soprattutto come la madre di Peppino Impastato, ma la sua storia racconta anche il percorso di una donna che trasformò il dolore privato in una scelta pubblica di giustizia, verità e impegno antimafia.
La sua vicenda è quella di una donna del popolo che, dentro una società segnata da tradizioni patriarcali e da legami mafiosi, maturò una coscienza politica attraverso la propria esperienza familiare. Dopo l’assassinio del figlio, Felicia fece della memoria e della lotta un motivo di vita, aprendo la sua casa a chiunque volesse conoscere Peppino e ricostruire la verità sulla sua morte.
Chi era Felicia Bartolotta Impastato
Felicia Bartolotta Impastato nasce a Cinisi il 24 maggio del 1915, in una famiglia di piccola borghesia con qualche appezzamento di terreno di proprietà, coltivato ad agrumi e ulivi.
Il padre era impiegato al Municipio, la madre casalinga, come sarà anche Felicia.
Frequenta la scuola primaria di Cinisi ma arriverà fino alla quarta, non proseguirà gli studi perché ai tempi non c’era in paese una scuola secondaria e bisognava andare in collegio, lei preferì rimanere a casa.
Precedentemente Felicia era fidanzata con un giovane, scelto dal padre, come dirà lei stessa: «Prima si stava all’obbedienza… e mi feci fidanzata con uno onesto… ma non lo volevo».
La sua scelta di rompere quel fidanzamento rappresentò una prima, significativa ribellione alle consuetudini del tempo. “Mia nonna aveva dentro di sé il seme della ribellione - ha risposto Luisa Impastato - e lo ha dimostrato in più circostanze della sua vita. Figlia di quegli anni, di quella cultura mafiosa e patriarcale che voleva la donna subalterna, lei comunque operava delle piccole ribellioni. Prima di sposare mio nonno ha rotto un matrimonio combinato, cosa che all’epoca era più che scandalosa, era impensabile. E lei si ribellava a questa forzatura, perché non era innamorata”.
Il matrimonio con Luigi Impastato e il contesto familiare
Si sposa, nel 1947, con Luigi Impastato, di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese.
Durante il periodo fascista aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona, e durante la guerra aveva svolto attività di contrabbando di generi alimentari. Dopo non ebbe più problemi con la giustizia.
Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese.
Manzella muore il 26 aprile 1963, ucciso dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo.
Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe, detto Peppino; nel 1953 nasce il secondogenito Giovanni.
Una ricostruzione più dettagliata della famiglia ricorda anche che il primo figlio maschio, Giovanni, morì il 9 giugno del 1952 per encefalite e che nel 1953 nacque Giovanni, l’ultimo dei figli.
L’affiatamento con il marito dura molto poco.
Lei stessa afferma: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: “Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre”».
Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella, e litiga con Luigi quando vuole portarla con sé in visita in casa dell’amico.
Il contrasto con il marito si acuirà quando Peppino inizierà la sua attività politica.
“È una storia di resistenza - ha detto Pina Palella - resistenza che inizia ancora prima della morte di Peppino. Si vede quando Felicia scopre il tradimento del marito e va via di casa. A quei tempi, e soprattutto in quel contesto legato ancora alle tradizioni siciliane, questo era un atto dirompente”.
“Anche nel matrimonio con mio nonno, nel suo piccolo, è riuscita ad imporsi al marito - ha aggiunto - soprattutto quando Peppino si è schierata dal lato opposto rispetto al padre. Per esempio quando mio nonno cacciò via di casa Peppino per le sue attività politiche contro la mafia, mia nonna si iè imposta al marito vietandogli di fare entrare dentro casa i suoi amici mafiosi. In quel momento storico anche questa era un’azione rivoluzionaria”.
La formazione di Peppino e la consapevolezza di Felicia
La morte dello zio colpisce profondamente Peppino, che aveva quindici anni e da tempo aveva cominciato a riflettere su quanto gli dicevano il padre e lo zio.
Felicia ricorda che le diceva: «Veramente delinquenti sono allora».
La vicenda di Peppino avrebbe progressivamente messo Felicia di fronte alla distanza tra la propria famiglia e la scelta del figlio. Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963.
Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al PSIUP.
Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra.
Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.).
Nel 1977 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali.
Il “mestiere” di Felicia: proteggere, resistere, denunciare
Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta nel settembre del 1977, otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta, che però non riesce a piegarla.
In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito.
Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi e rompe con il padre, impegnandosi nell’attività politica in formazioni della sinistra assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno.
Felicia difende il figlio contro il marito che lo ha cacciato di casa, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso.
Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul giornale ciclostilato «L’idea socialista» un articolo sulla mafia fa di tutto perché non venga pubblicato: «…fece un giornalino e ci mise che la mafia era merda. Quando l’ho saputo io, salgo sopra e vedo… E dissi: “E dài, Giuseppe figlio, io ti do qualunque cosa se ti mi consegni quel giornalino. Tu non lo devi pubblicare quel giornale”…Andavo da tutti… dicendo di non presentare quel giornalino».
Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul foglio ciclostilato L’idea socialista un articolo sulla mafia va in giro per il paese per raccogliere le copie e distruggerle.
La sua reazione non nasce da un’adesione alla mafia, ma dalla paura per la vita del figlio. Felicia conosce il contesto nel quale Peppino si espone e comprende il rischio di una denuncia pubblica rivolta contro uomini potenti e pericolosi.
E quando l’attività politica di Peppino entra nel vivo, non ha il coraggio di andare a ascoltare i suoi comizi, ma intuendo di cosa avrebbe parlato chiede ai suoi compagni di convincerlo a non parlare di mafia.
E a lui: «Lasciali andare, questi disgraziati».
“Mia nonna non era una militante - ha aggiunto -, era una donna del popolo, una donna che alla morte del figlio sceglie di trasformare questo lutto in azione politica. Una donna che, purtroppo a differenza di altre, è riuscita a non disperdere quella memoria e a trasformarla in continuità, cosa che ha portato giustizia a Peppino, 24 anni dopo”.
“E questo mia nonna lo ha fatto spontaneamente - continua Luisa in video collegamente - mettendo a disposizione quello che aveva, il suo corpo, la sua voce, il suo dolore, in una pratica del racconto tipica delle nonne e delle madri. Una pratica che diventa dirompente, una pratica antimafia che continua la rivoluzione non violenta del figlio”.
La morte di Luigi e l’aumento del pericolo
La morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio di Peppino, segnò un ulteriore passaggio nella vita di Felicia.
La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino.
Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”.
Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato.
Morto il marito in un oscuro incidente, Felicia intuisce che per Peppino il pericolo è aumentato: «Guardavo mio figlio e dicevo: ‘Figlio, chi sa come ti finisce’. Lo andai a trovare che era a letto, gli dissi: ‘Giuseppe, figlio, io mi spavento’. E come apro quella stanza, ché ci si corica mia sorella là, io vedo mio figlio, quella visione mi è rimasta in mente».
Il 9 maggio 1978 e la prima versione dell’accaduto
La mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo dilaniato di Peppino.
Forze dell’ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima.
In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrive: “Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”.
La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l’attentatore era un suicida.
I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell’attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l’esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave.
Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia.
Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: “Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia”.
Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini.

La scelta di costituirsi parte civile
Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento decide di costituirsi parte civile nel processo per l’omicidio.
Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che, al contrario, in questi anni si è impegnato assieme alla moglie (anche lei Felicia), per avere giustizia per la morte di Peppino.
Felicia ricorda: «Gli dissi: ‘Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, insomma non mi possono fare come possono fare a te’».
Per questa decisione ha dovuto fare ancora una volta una scelta radicale, rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia.
Dopo la morte di Peppino, davanti ai resti del figlio, decide di rigettare ogni idea di vendetta e si apre al modo di essere del figlio.
La sua è una lotta fatta di parole, di richiesta di giustizia, di denuncia, portata avanti con determinazione: «Ogni volta che vengono giornalisti, io parlo di mio figlio perché tutti devono sapere».
In questo modo Felicia continua la rivoluzione del figlio.
È la seconda donna a costituirsi parte civile in un processo di mafia, dopo Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale riuscendo ad ottenere giustizia e a vedere condannati i mandanti dell’omicidio del figlio.
Dalla denuncia alla verità giudiziaria
L’11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato.
La mattina dello stesso giorno si svolge un’assemblea alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, con l’intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell’attentato e del suicidio.
Nel pomeriggio dell’11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto.
In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito.
Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini.
Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio.
Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.
Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.
Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.
Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.
Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio.
Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato.
Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza.
Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione.
L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.
Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
| Data | Evento |
|---|---|
| 24 maggio 1915 | Nasce Felicia Bartolotta a Cinisi |
| 1947 | Felicia sposa Luigi Impastato |
| 5 gennaio 1948 | Nasce Giuseppe, detto Peppino |
| 26 aprile 1963 | Muore Cesare Manzella |
| 1977 | Peppino fonda “Radio Aut” |
| 9 maggio 1978 | Viene trovato il corpo di Peppino |
| 1986 | Il Centro Impastato pubblica La mafia in casa mia |
| 6 dicembre 2000 | La Commissione parlamentare antimafia approva la relazione sul depistaggio |
| 5 marzo 2001 | Vito Palazzolo viene condannato a 30 anni di reclusione |
| 11 aprile 2002 | Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo |
| 7 dicembre 2004 | Muore Felicia Bartolotta Impastato |
Giustizia, non vendetta
Al processo contro Badalamenti, fortemente voluto da lei e dal figlio Giovanni, venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma lo ha accusato di essere il mandante dell’assassinio.
Badalamenti è stato condannato, come pure è stato condannato il suo vice.
Entrambi sono morti, e Felicia, che aveva sempre detto di non volere vendetta ma giustizia, a chi le chiedeva se aveva perdonato rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che Badalamenti non doveva ritornare a Cinisi neppure da morto.
E il giorno in cui i rappresentanti della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio».
“Quando morì Peppino, i parenti di mio nonno le hanno chiesto esplicitamente di non intervenire, di starsi tranquilla, di farsi da parte, perché ci avrebbero pensato loro a portare giustizia a Peppino - ha aggiunto -. Mia nonna, in quel momento, rompe la logica della vendetta, che avrebbe svalutato, tra l'altro, la morte del figlio. Lei rompe totalmente i legami con la famiglia mafiosa del marito e si affida allo stato, anche se lo stato in quel momento non è esattamente dalla sua parte”.
“Ma soprattutto si dedica a questa voglia di raccontare del suo Peppino, la sua verità, e senza questa pratica, non sarebbe arrivata ad avere a tanti grandi risultati”.
La casa aperta e la memoria raccontata
Al contrario, da allora Felicia ha aperto la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino.
Le delusioni, quando sembrava che non si potesse ottenere nulla, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando non l’hanno mai piegata.
Felicia ha accolto sempre con il suo sorriso tutti, in quella casa che soltanto negli ultimi tempi, dopo un film che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva, quasi ogni giorno, di tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla.
Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavano in pochi e a starle vicino erano pochissimi.
La professoressa Palella ha poi sottolineato l'importanza di trasmettere la memoria non solo attraverso la denuncia, ma anche attraverso la parola, proprio come fece Felicia Impastato.
Ha ricordato come Felicia avesse aperto la sua casa a tutti per raccontare la propria storia, rivolgendosi in particolare ai giovani.
Ha poi evidenziato come questo impegno prosegua oggi attraverso il centro Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato.
“Quello che continuo a fare a casa mia è esattamente quello che faceva mia nonna - ha detto Luisa Impastato -. Questa iniziativa è nata spontaneamente sul solco che lei ci ha lasciato, anzi, come testamento morale di mia nonna”.
“Il mio impegno è stato continuare a tenere aperte le porte di quella casa così come aveva scelto di fare lei, ribaltando anche la logica della vendetta mafiosa”.
“Io ho avuto la grande fortuna di crescere accanto a mia nonna - comincia così Luisa -, sono riuscita a trarne tanto, soprattutto in termini di testimonianza. Mia nonna mi ha trasmesso un grande senso di orgoglio che ho sempre provato nei confronti di questa storia. Lei mi ha portato a scegliere di non interrompere questo percorso che lei ha inaugurato.”
“Io ho preso questo impegno da diversi anni - continua Luisa - ho incontrato nel corso del tempo associazioni, professionisti, giornalisti che hanno cambiato le proprie vite proprio perché ispirati da questa storia”.
“Loro continuano a portarla avanti attraverso Casa Memoria, che oggi è composta da attivisti e attiviste che come me non hanno conosciuto Peppino ma che sentono propria questa storia, che sentono l'esigenza della continuità”.
“Sentono che sia non solo giusto, ma che sia forse oggi più che mai necessario non dispendere quello che è stato ottenuto in tutti questi anni, perché bisogna dare a queste storie continuità, assumersi la responsabilità di questa storia, come ha fatto Felicia, e come ha fatto Peppino, che ha lottato per le idee in cui credeva”.
Una donna del popolo contro la mafia
Al Dipartimento di Scienze umanistiche è stato proiettato il film di Gianfranco Albano sulla “donna del popolo” che si oppose alla mafia in memoria del figlio.
Ad intervenire, tra gli altri, la nipote Luisa.
“Felicia Bartolotta Impastato, una donna che acquista coscienza politica e fa della memoria e della lotta un motivo di vita”.
Con queste parole Pina Palella, presidente dell’Anpi di Catania, ha dato il via all’incontro intitolato Donne contro la mafia, il quarto del ciclo Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva, edizione 2024/25 dei seminari di ateneo "Territorio, ambiente e mafie - In memoria di Giambattista Scidà".
Durante l’incontro è stato proiettato il film Felicia Impastato di Gianfranco Albano, che ripercorre la storia di una madre coraggiosa, determinata a ottenere giustizia per l’omicidio del figlio Peppino, militante antimafia assassinato da Cosa Nostra nel 1978.
La pellicola di Gianfranco Albano restituisce con intensità il percorso di Felicia Bartolotta Impastato, una donna che, da moglie di un uomo legato agli ambienti mafiosi, si trasforma in un simbolo di resistenza e memoria attiva.
Dopo la proiezione del film, il cuore dell’incontro si è spostato su un dialogo intenso e ricco di spunti tra la professoressa Pina Palella e Luisa Impastato, nipote di Felicia e figlia di Giovanni, il fratello di Peppino.
Un dialogo che non è stato solo un racconto familiare, ma un vero e proprio atto di memoria attiva, in cui la storia di Felicia è emersa non solo come quella di una madre in cerca di giustizia, ma come simbolo di resistenza civile contro la mafia.
Attraverso le parole di Luisa, la figura di Felicia si è delineata con forza e autenticità, restituendo il ritratto di una donna che, con il suo coraggio, ha tracciato una strada per le generazioni future.
Uno dei tratti che la caratterizzava era l’ironia.
Quest’ironia è quell’aspetto che Peppino ha preso dalla madre, declinandolo nella sua esperienza di denuncia contro la mafia attraverso Radio Aut.
Il lutto come simbolo di lotta
“Per non parlare dell’ennesimo scandalo di quando, poco dopo l’assassinio di Peppino, volle andare a votare, infrangendo la regola che prevedeva che le donne rimanessero serrate in casa per il lutto”.
Dopo la morte del figlio, poi, indossa il nero e non se lo toglie più, perché il suo lutto era una provocazione, un simbolo della sua lotta.
Il gesto di Felicia non rimase confinato alla dimensione privata del dolore. Il lutto divenne una forma visibile di testimonianza, una presenza pubblica capace di mettere in discussione le regole sociali e il silenzio imposto alle donne.
La parola, il racconto e la scelta di non nascondersi diventarono gli strumenti con cui Felicia continuò la rivoluzione non violenta iniziata dal figlio.
La “peppinite” e la responsabilità delle scelte
E sulla richiesta su come si possa contagiare la peppinite, facendo riferimento a una vignetta contenuta nel libro Oltre i cento passi di Giovanni Impastato, illustrato da Baro, Luisa ha raccontato di essere rimasta particolarmente colpita da un dialogo in cui un paziente diceva di non sopportare più i prepotenti e i prevaricatori, chiedendo al dottore se fosse grave, e quest’ultimo rispondeva rassicurandolo che si trattava semplicemente di "peppinite".
Lo studente ha espresso la sua preoccupazione riguardo al senso di resa diffuso tra i giovani di oggi, che spesso si sentono impotenti di fronte a forze troppo grandi per essere fermate.
“Io credo che uno degli aspetti più forti della storia di Peppino sia legato in qualche modo al suo conflitto personale - ha risposto Luisa - al fatto che lui in fondo era un ragazzo qualsiasi, non era un magistrato, non era un uomo di istituzione, non era un politico di professione, era un ragazzo come tanti”.
“Però sceglie in quel contesto di lottare contro la mafia nonostante fosse figlio di un mafioso, quindi non solo di dissociarsi dalla sua famiglia, ma di lottare contro la sua famiglia”.
“Quindi uno degli aspetti che potrebbe caratterizzare la “peppinite” potrebbe essere quello di credere nella forza delle scelte, di avere il coraggio di fare delle scelte, anche difficili, anche dolorose”.
“Mia nonna diceva ai ragazzi di tenere sempre la testa alta e la schiena dritta - ha concluso Luisa Impastato - penso che oggi per contrastare la mafia sia veramente necessario contrastare anche un modello culturale sbagliato, un modello che fa capo a volte anche alla normalizzazione di certi atteggiamenti, alla corruzione, all'ingiustizia, a certe forme di sopraffazione che siamo tanto abituati a sentire”.
E ai giovani diceva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta».
Felicia nel Giardino dei Giusti di Milano
Il Giardino dei Giusti di tutto il Mondo, è un luogo simbolico che la città di Milano ha voluto dedicare alla memoria delle figure esemplari di resistenza morale di ogni parte della Terra.
Nel Giardino vengono onorati gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati.
A ciascuno di loro è dedicato un ciliegio selvatico, messo a dimora durante una cerimonia in sua presenza o con la partecipazione dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante.
Il giardino si trova nella grande area verde del Monte Stella.
Dal 8 marzo 2016, Felicia Bartolotta Impastato fa parte della grande famiglia del Giardino dei Giusti.
A testimonianza della “RESISTENZA MORALE E CIVILE DELLE DONNE PER LA PROPRIA DIGNITÀ, PATRIMONIO UNIVERSALE”.
Nei giorni della ricorrenza della sua scomparsa, la ricordiamo attraverso il gesto con il quale la città di Milano ha voluto ospitarla all’interno del Giardino dei Giusti di tutto il Mondo.
Il ciliegio selvatico che da allora porta il suo nome, continua a crescere a fianco dei ciliegi di Vaclav Havel, Primo Levi, Nelson Mandela e i tanti Giusti che hanno fatto grande il genere umano.
Nonostante il genere umano.

La morte e l’eredità civile
Muore il 7 dicembre 2004 nella sua casa a Cinisi.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.
Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all’Associazione Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” e all’Associazione “Peppino Impastato”.
Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio.
La memoria di Felicia continua attraverso Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, attraverso le attività degli attivisti e delle attiviste, attraverso gli incontri nelle scuole e nelle università, attraverso i libri, i film e le testimonianze di chi ha scelto di mantenere aperto il percorso da lei inaugurato.
La sua eredità non consiste soltanto nell’avere ottenuto la condanna dei mandanti dell’omicidio di Peppino. Consiste anche nell’aver mostrato che una madre, una donna del popolo, poteva rompere pubblicamente con una famiglia mafiosa, affidarsi alla giustizia e trasformare la propria casa in uno spazio di verità.
Il brano “FELICIA BARTOLOTTA IMPASTATO, la madre di Peppino Impastato” è tratto dalla scheda pubblicata da Gariwo, La Foresta dei Giusti, che ringraziamo pubblicamente per l’apprezzata concessione alla riproduzione.
Tra i testi dedicati alla sua figura figurano Anna Puglisi e Unberto Santino, Cara Felicia; Gabriella Ebano, Felicia e le sue sorelle, Ediesse, Roma 2005; Nando Dalla Chiesa, Sono la madre di Peppino Impastato, in Le ribelli, Melampo, Milano 2006; Gabriella Ebano, Insieme a Felicia, Navarra Editore, 2016; Mari Albanese, Angelo Sicilia, Io Felicia.