«Potranno farci di tutto» è una formula che esprime il timore di una società nella quale gli strumenti tecnologici, le istituzioni e i dispositivi di controllo finiscono per orientare la vita degli individui prima ancora che essi riescano a comprenderne le conseguenze.
L’abbandono di quell’ultimo nesso con la natura, che la tradizione filosofica chiamava lumen naturae, produce una stupidità artificiale che rende l’ipertrofia tecnologica ancora più incontrollabile.
Quando la tecnica smette di essere soltanto uno strumento
Nella tecnica - questa è la tesi che intendiamo suggerire - in questione è in realtà la relazione fra l’umano e l’animale.
Un dispositivo può apparire neutrale, ma modifica i rapporti fra gli esseri umani, il modo in cui essi comunicano e persino il modo in cui percepiscono se stessi. L’Occidente è dal principio alla fine una civiltà grammaticale, che ha fatto dell’analisi del linguaggio e della sua costruzione in una grammatica la base della sua conoscenza del mondo e del suo dominio sulla natura.
Non è un caso che l’insegnamento della grammatica si faccia nella scuola elementare: la prima cosa che un bambino deve apprendere è che quello che fa quando parla ha una certa struttura e che a quell’ordine deve conformare la sua ragione.
Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua.
Il rischio non riguarda soltanto le macchine, gli algoritmi o l’intelligenza artificiale, ma il linguaggio con cui descriviamo ciò che accade. Chi ha smarrito il discrimine fra le parole e le cose, fra le notizie e i fatti e quindi non può più sapere se sta mentendo, perché per lui è venuto meno ogni possibile criterio di verità, non dispone più degli strumenti necessari per riconoscere il potere.
Il linguaggio può farci.
Il potere politico e la gestione degli esseri umani
Una buona definizione del potere politico è quella che lo caratterizza come l’arte di mettere gli uomini in rapporti falsi.
In nessun caso la politica può esaurirsi nella semplice amministrazione, sia pure nella forma di un buon governo che si corrompe fatalmente in malgoverno.
Il primato del governo sul regno e dell’amministrazione sulla costituzione che noi stiamo oggi vivendo non è in realtà senza precedenti nella storia dell’Occidente.
Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità.
Il sistema normale di governo può così trasformarsi in un insieme di procedure che registrano, contano, timbrano e orientano gli individui nella direzione voluta.
soltanto con delle anime morte, che occorre puntualmente registrare, contare, timbrare e orientare nella direzione voluta.
«Il destino è l’economia» suona piuttosto il ritornello che gli uomini cosiddetti «politici» ci ripetono ormai da decenni.
Dovunque i governi, quali che sia il loro colore e la loro collocazione, agiscono come esecutori di uno stesso testamento, accettato senza beneficio d’inventario.
Ciò che noi chiamiamo Stato è, in ultima analisi, una macchina per fare guerre.
La politica non è iscritta nelle sfere celesti né nelle leggi dell’economia: sta nelle nostre deboli mani e nella lucidità con cui smentiamo ogni pretesa di imprigionarle in congiunture e rivoluzioni.
Lo stato di eccezione e la sospensione della libertà
«Lo stato di eccezione è uno solo e, una volta dichiarato, non si prevede alcuna istanza che abbia il potere di verificare la realtà o la gravità delle condizioni che lo hanno determinato».
Ciò che colpisce nelle reazioni ai dispositivi di eccezione che sono stati messi in atto nel nostro paese (e non soltanto in questo) è l’incapacità di osservarli al di là del contesto immediato in cui sembrano operare.
Una volta che l’eccezione diventa il criterio ordinario della gestione pubblica, ciò che sembrava temporaneo può assumere la forma di un sistema permanente. La sicurezza viene allora invocata per giustificare limitazioni sempre più ampie, mentre la libertà viene presentata come un ostacolo all’efficienza.
vuole la sicurezza, il sovrano dovrà sacrificare la libertà dei sudditi e, viceversa, se vuole la libertà dovrà sacrificare la loro sicurezza.
Questa alternativa sembra oggi tacitamente e quasi inconsapevolmente accettata dall’uomo comune, senza che ne siano tuttavia misurate e comprese le conseguenze.
Qual è la figura della nuda vita che è oggi in questione nella gestione della pandemia?
Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?
Poiché la storia ci insegna che ogni fenomeno sociale ha o può avere delle implicazioni politiche, è opportuno registrare con attenzione il nuovo concetto che ha fatto oggi il suo ingresso nel lessico politico dell’Occidente: il “distanziamento sociale”.
Is the massive and costly effort to contain and limit the harm that the virus will do the only choice we have?
È poco probabile che, malgrado sarebbe doveroso farlo, i medici, i politici e gli esperti che hanno incautamente di fatto obbligato alla vaccinazione la maggioranza della popolazione si interroghino su questi due fatti.
Questa discriminazione è anticostituzionale in quanto crea una fascia di cittadini di serie B, mentre tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla legge.
Che cosa diventa un paese al cui interno viene creata una classe discriminata?
Il consenso come strumento di dominio
Non è un caso che è proprio attraverso la costituzione del consenso come unico criterio della politica che le democrazie, come la storia insegna, sono cadute nel totalitarismo.
La massa può essere condotta ad accettare ciò che, in condizioni diverse, avrebbe rifiutato. Il consenso non nasce necessariamente dalla convinzione, ma può essere prodotto dalla paura, dalla ripetizione, dall’isolamento e dalla perdita di alternative visibili.
Per colui che non crede, ogni discorso è falso, poiché alla mancanza di fede corrisponde soltanto il silenzio.
Che la scienza sia diventata la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono di credere, è ormai da tempo evidente.
Certamente ciascuno converrà che tutto questo non ha senso, che senza il divino non sappiamo più come pensare l’umano e l’animale, ma questo significa semplicemente che tutto e niente sono ora possibili.
Per liberare il nostro pensiero dalle panie che gli impediscono di spiccare il volo è bene innanzitutto abituarlo a non pensare più in sostantivi.
Occorre che ciascuno abbia il coraggio di cercare senza compromessi il bene più prezioso: una parola vera.
La paura e la perdita del discernimento
«Che cos’è la paura [...]? Qualcosa di familiare, certo - eppure, se cerchiamo di definirla, sembra ostinatamente sottrarsi alla comprensione».
La paura non agisce soltanto attraverso la minaccia esplicita. Può diventare una condizione permanente, una forma di percezione del mondo nella quale ogni decisione viene valutata in base al rischio e ogni dissenso appare irresponsabile.
crede di maneggiarlo.
di trattare.
la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore.
Una umanità, che aveva perduto l’immaginazione, era pronta a privarsi anche del pensiero.
Coloro che oggi ci governano cercano di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cercano, cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti.
Sarebbe forse stato più coerente supporre che un’umanità che ha prodotto la bomba è già spiritualmente morta e che è della consapevolezza della realtà e non della possibilità di questa morte che occorre cominciare a pensare.
Il suicidio collettivo avviene qui in modo artificioso e complicato, ma il risultato potrebbe essere lo stesso.
Credo che ci troviamo piuttosto di fronte una linea d’ombra che, a differenza di quella del romanzo di Conrad, nessuna generazione può credere di poter impunemente scavalcare.
La responsabilità individuale
«Ai suoi occhi l’atto che stava per compiere era in qualche modo un’estrema assunzione di responsabilità».
La responsabilità non consiste soltanto nell’obbedire alle regole o nel rispettare le procedure. Essa richiede di interrogarsi sull’effetto delle proprie azioni e sulla legittimità degli ordini ricevuti.
Anche se ci sappiamo senza potere di fronte al potere, tanto più implacabile deve essere il nostro giudizio.
Dobbiamo testimoniare di quello che vediamo e di quello in cui crediamo.
C’è da qualche parte un foglio in cui sta scritto il nome di coloro che, in un mondo di menzogna, hanno testimoniato della verità.
La vera conoscenza non è una scienza - è, piuttosto, un via di uscita.
È proprio di questo che, in ultimo, si tratta, nella vita, come nel pensiero e nella politica: saper percepire i segni di ciò che si sta avvicinando, di ciò che non è più tempo, ma ormai solo occasione, percezione di un’urgenza e di un’imminenza che richiede un gesto deciso o un’azione.
Il volto, la relazione e la possibilità della politica
Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro.
Il volto è il luogo della politica.
«Il volto è la condizione stessa della politica, ciò in cui si fonda tutto ciò che gli uomini si dicono e scambiano».
Se gli uomini avessero da comunicarsi sempre e soltanto delle informazioni, sempre questa o quella cosa, non vi sarebbe mai propriamente politica, ma unicamente scambio di messaggi.
«Sentirmi vivere mi rende la vita possibile, fossi anche chiuso in una gabbia.
La politica nasce dunque dalla relazione, dall’esposizione reciproca e dalla possibilità di rivolgersi a qualcuno senza essere ridotti a una funzione, a un numero o a un profilo amministrativo.
È chi è sempre senza mai diventare.
Il volto conserva ciò che ogni dispositivo tende a cancellare: la singolarità, la vulnerabilità e la responsabilità dell’altro.
La memoria contro l’automatismo
da moneo, «ricordare, pensare» ed era in origine la traduzione del greco Mnemosyne, che significa «memoria».
La memoria non è una semplice conservazione del passato. Essa interrompe la pretesa secondo cui il presente sarebbe inevitabile e il futuro già deciso.
E il possibile non viene dal futuro, esso è, nel passato, ciò che non è stato, che forse non sarà mai, ma che avrebbe potuto essere e che per questo ci riguarda.
Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente.
Non esige di essere ricordato, ma di restare per sempre indimenticabile.
Ciò che sta oggi avvenendo su scala planetaria è certamente la fine di un mondo.
Nei testi pubblicati in questa rubrica è spesso questione della fine dell’Occidente.
È bene qui non fraintendere.
La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere.
Si è parlato di una fine dell’Europa, se non dell’Occidente, come dell’evento che segna drammaticamente l’epoca che stiamo vivendo.
Ma se c’è in Europa un paese in cui alcuni dati permettono di certificare con sobria precisione la data della fine, questa è l’Italia.
Nemici, divisioni e obbedienza
La storia mostra che quando, per qualche ragione, vengono meno i principi che assicurano la propria identità, l’invenzione di un nemico è il dispositivo che permette di farvi fronte.
La costruzione del nemico semplifica il conflitto e consente di attribuire a un gruppo riconoscibile la responsabilità di una crisi più ampia. In questo modo la società viene divisa e il potere può presentarsi come l’unica protezione possibile.
Una buona definizione del potere politico è quella che lo caratterizza come l’arte di mettere gli uomini in rapporti falsi.
L’antica dottrina secondo cui il male non è che la privazione del bene e pertanto in sé non esiste, va corretta e integrata nel senso che esso non è tanto la privazione, quanto piuttosto il pervertimento del bene.
Coloro che oggi ci governano cercano di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cercano, cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti.
Il volto è il luogo della politica.
La possibilità di resistere
La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili.
In ogni epoca poeti, filosofi e profeti hanno lamentato e denunciato senza riserve i vizi e le manchevolezze del loro tempo.
È bene riflettere su un fenomeno che ci è insieme familiare ed estraneo, ma che, come spesso avviene in questi casi, può fornirci delle utili indicazioni per la nostra vita fra gli altri uomini: l’esilio.
Ciò che non possiamo oggi non vedere è lo spettacolo del loro perdersi e smemorarsi nella lingua in cui si erano un tempo trovati.
Occorre riflettere sulla singolare circostanza che le due massime che hanno cercato di definire con maggiore acutezza lo statuto etico e politico dell’umano nella modernità provengono dalla commedia.
Che cosa definisce oggi la coscienza politica? Un’accorta coniugazione di rinuncia e speranza.
Forse nessuno era stato così insolentemente felice in tutto ciò che andava perdendo, che aveva già irrevocabilmente perduto.
Nella cupa situazione in cui ci troviamo ci sono a volte delle buone notizie.
Sentinella, di che colore è la notte?
«Solo il divino ci può salvare».
