Analisi del testo di Giorgio Gaber «La peste»

«La peste» è una canzone del 1974 scritta da Giorgio Gaber, figura centrale della musica e del teatro-canzone italiani. Il brano associa l’esistenza di una destra eversiva alla diffusione di un morbo mortale e la forma del batterio a quella di uno strumento di violenza tipico del regime fascista, il manganello.

La canzone è profetica se si guarda a quanto a destra si è progressivamente spostata la politica e l'opinione pubblica, con leghisti, fratellisti e sovranisti che si moltiplicano davvero come topi. Profetica ovviamente per quel finale del bacillo a forma di manganello.

Giorgio Gaber durante spettacolo teatrale

Giorgio Gaber e il teatro-canzone

Giorgio Gaber (Giorgio Gaberscik, Milano 1939 - Montemagno di Camaiore 2003) ha accompagnato, con musica e parole, un vasto pubblico attraverso più di quarant’anni che hanno profondamente segnato la politica, la cultura e anche i gusti musicali degli Italiani.

Nella prima parte della sua carriera, tra il 1959 e il 1969, Gaber ha scritto e interpretato canzoni romantiche che rispecchiavano il gusto del pubblico del tempo e hanno ottenuto un grande successo attraverso la televisione.

Molto più longeva è stata invece la sua collaborazione con Enzo Jannacci, cantautore geniale, pianista, attore e stand-up comedian con il quale Gaber ha dato vita al cosiddetto Teatro Canzone, ossia spettacoli costituiti da un insieme di brani musicali e monologhi recitati.

Questo nuovo genere, che Gaber porta sulle scene dal 1970 al 2000, nasce da un profondo desiderio di entrare in contatto diretto con il pubblico, in un confronto che andasse oltre lo schermo televisivo.

Per trent’anni, attraverso centinaia di serate, Gaber, così come Jannacci e Dario Fo, ha raccontato criticamente le trasformazioni dell’Italia e degli italiani (passati attraverso terrorismo, neo-fascismo, società dei consumi, caduta del comunismo, e berlusconismo) con sguardo arguto e sottile, offrendo il proprio modo di pensare a un confronto continuo con un pubblico, accettando sia gli applausi sia dure contestazioni.

La comicità di Gaber non si trova solo nei testi, dal 1970 scritti a quattro mani con Sandro Luporini, ma anche nell’esecuzione dei brani.

C’è un’intensità, talvolta comica e talvolta drammatica, che si può cogliere all’ascolto prestando attenzione al tono della voce, alla dizione, al modo di scandire le parole e alle pause tra esse.

Le espressioni del viso, i gesti, i movimenti del corpo e in generale la capacità recitativa di Gaber hanno reso le canzoni di volta in volta ironiche, comiche, drammatiche o provocatorie, in un dialogo incessante con gli ascoltatori.

Il formato canzone si adatta in effetti malamente ad una forza comunicativa in cui pause, cambi di tono, mimica, silenzi, invettive, esplosioni di rabbia, urla, gestualità hanno un’importanza espressiva basilare.

Quella di “recitar cantando” era diventata insomma per Gaber la formula vincente.

Il contesto storico e culturale di «La peste»

Tra il 1970 e il 1978 il lavoro artistico di Gaber si trova in sintonia con le istanze del Movimento di lavoratori e studenti che, nelle piazze italiane, rivendica diritti e un diverso modo di vivere; negli stessi anni quel desiderio di cambiamento è contrastato con violenza.

Nel 1974, l’anno in cui bombe uccidono civili durante un comizio a Brescia e passeggeri del treno “Italicus”, lo spettacolo “Anche per oggi non si vola” catalizza le paure e le speranze degli spettatori con cui Gaber trova grande sintonia.

Il pubblico di Gaber riempie i teatri per ascoltare brani che raccontano la contemporaneità come “La peste”.

La canzone appartiene dunque a una stagione segnata dalla violenza politica, dalla paura e dal ritorno di linguaggi e pratiche riconducibili al fascismo. Il riferimento alla peste non va interpretato anzitutto come descrizione di un’epidemia sanitaria, ma come rappresentazione simbolica di un contagio ideologico e sociale.

Il significato simbolico della peste

La peste degli anni ’20 era il fascismo, ma quella degli anni ’70? Bella domanda.

Qui si parla di "peste nera" nel senso di fascismo risorgente, di "un bacillo che entra nel cervello", di topi di fogna lanciati fuori dai tombini "da abilissime mani", di "bacillo a manganello".

Il brano associa l’esistenza di una destra eversiva alla diffusione del morbo mortale e la forma del batterio a quella di uno strumento di violenza tipico del regime fascista, il manganello: “Un bacillo a bastoncino / che ti entra nel cervello / un batterio negativo / un bacillo a manganello”.

L’immagine del bacillo è particolarmente efficace perché trasforma l’ideologia in un agente patogeno: qualcosa di piccolo, inizialmente quasi invisibile, capace però di penetrare nella mente e di alterare i comportamenti individuali e collettivi.

Il manganello rende esplicito il passaggio dalla persuasione alla coercizione. Il virus non rappresenta soltanto un’idea sbagliata, ma un’idea che può diventare violenza organizzata, intimidazione e repressione.

La peste prosegue ed è terribile. Ed è anche peggio di quella del '20.

Il riferimento al “venti” chiarisce la natura politica della metafora: il morbo evocato da Gaber richiama il fascismo e la sua capacità di insinuarsi nella società, di produrre consenso e di rendere normale l’uso della forza.

Metafora del fascismo come contagio sociale

Una canzone profetica, ma non sul coronavirus

La canzone anche a mio modo di vedere è profetica, ma non perché preveda il coronavirus come mi pare molti capiscano.

I grandi autori, non solo risultano gradevoli, intelligenti e geniali, ma, a volte, sconfinano nel profetico, come profetica appare questa canzone del 1974 scritta dall'immenso signor "G", alias Giorgio Gaber.

La lettura che identifica automaticamente «La peste» con il coronavirus riduce la complessità del testo. Il brano utilizza infatti il lessico dell’epidemia per parlare di una contaminazione politica e culturale.

La profezia di Gaber non consiste nella previsione di una malattia specifica, ma nella descrizione di meccanismi ricorrenti: la diffusione di voci, la difficoltà di distinguere la verità dalla menzogna, la ricerca di un colpevole, la paura, la chiusura sociale e l’abitudine all’orrore.

La canzone è profetica se si guarda a quanto a destra si è progressivamente spostata la politica e l'opinione pubblica, con leghisti, fratellisti e sovranisti che si moltiplicano davvero come topi.

Profetica ovviamente per quel finale del bacillo a forma di manganello.

Il bacillo che entra nel cervello

Il verso “un bacillo a bastoncino / che ti entra nel cervello” contiene il nucleo dell’intera interpretazione.

Il batterio non colpisce soltanto il corpo, ma la capacità di pensare. La malattia diventa così una forma di ignoranza, di manipolazione e di assuefazione ideologica.

Insomma, avrete capito che la vera peste, a detta di Giorgio Gaber non è quella bubbonica, ma l'ignoranza.

L’ignoranza non coincide semplicemente con la mancanza di istruzione. Nel mondo di Gaber è anche la rinuncia a verificare, a ragionare autonomamente e a mettere in discussione le opinioni ricevute.

Il contagio prende forma quando le persone smettono di elaborare un giudizio proprio e si affidano a parole già confezionate, a slogan e a interpretazioni collettive.

La diffusione del morbo e la psicologia collettiva

La canzone descrive una progressione riconoscibile. All’inizio prevale la leggerezza: c’è un bacillo che saltella, curioso e negativo.

La seconda fase sono mistero, curiosità, false notizie: "serpeggia nell'aria con certo mistero.. le voci sono molte.. non è certo un segreto.. la notizia si diffonde per Milano..."

Il morbo si diffonde prima come voce, poi come notizia, infine come esperienza concreta. Il passaggio dall’incertezza alla paura non avviene in modo improvviso, ma attraverso una serie di reazioni collettive.

Poi arrivano i primi contagi, poi si comincia a pensare che questa volta il virus ci sia davvero, qualcuno accusa i cinesi, altri gli americani... e lentamente comincia la paura.

La gente esce meno, resta chiusa nelle case, diventa diffidente.

Questi elementi possono ricordare anche le reazioni sociali a un’epidemia reale, ma nel testo il loro valore principale resta allegorico. La chiusura nelle case rappresenta il ripiegamento individuale e la perdita di uno spazio comune di confronto.

La paura, inoltre, produce la ricerca di un responsabile. In mezzo a quell’orrore ci si comincia a domandare chi ne sia l’artefice: da dove è arrivato questo male terribile?

Dio? Gli ebrei?

E parte la caccia agli untori.

La figura dell’untore mostra il meccanismo attraverso cui una comunità spaventata trasforma l’incertezza in persecuzione. Quando non si comprende l’origine del pericolo, si cerca un gruppo da accusare.

Il testo mette così in relazione paura, disinformazione e discriminazione. La malattia è anche il nome che una società dà al proprio bisogno di trovare un nemico.

La metafora dei topi

Accanto al bacillo compaiono i topi di fogna, lanciati fuori dai tombini “da abilissime mani”.

Il topo è una figura ambivalente: appartiene agli spazi nascosti e degradati, ma viene portato alla luce da un’azione precisa e organizzata. Il contagio, quindi, non è soltanto spontaneo: può essere favorito e sfruttato da chi sa manipolare le paure collettive.

Le “abilissime mani” suggeriscono l’esistenza di strategie, interessi e competenze capaci di trasformare il risentimento in consenso.

La metafora rende visibile il rapporto tra strutture organizzate e diffusione dell’estremismo. I topi non sono semplicemente una presenza naturale: vengono lanciati fuori dai tombini.

Con leghisti, fratellisti e sovranisti che si moltiplicano davvero come topi, l’immagine viene riletta in rapporto allo spostamento a destra della politica e dell’opinione pubblica.

Topi che emergono dai tombini metaforici

Il rapporto con «Il conformista»

«La peste» può essere accostata a «Il conformista», perché entrambe le canzoni analizzano la passività sociale e la facilità con cui gli individui si lasciano modellare dall’ambiente.

Per parte nostra, in un tempo in cui ci sembrava di assistere alla tragica fine di qualsiasi forma di pensiero, io e Gaber volevamo riprovare a pensare.

Non si sa mai.

Cominciammo allora a considerare quali fossero i nemici più immediatamente visibili del nostro ideale luogo del pensiero.

Tra tutti quelli che ci vennero in mente il conformismo era di sicuro uno dei più pericolosi.

E' per questo motivo che abbiamo scritto la canzone intitolata appunto "Il conformista".

I conformisti, con la loro abilità nel trasformare le più sciocche banalità in parole dall'apparenza sana e intelligenti, ci sembravano rappresentare un'insidia reale, capace di contagiare involontariamente un po' tutti.

Il conformismo costituisce infatti una forma di contagio senza sintomi evidenti. Il conformista può credersi libero, aggiornato e progressista, mentre in realtà ripete opinioni prodotte da altri.

Il pericolo comune è il conformismo, anche quando è travestito da antagonismo di facciata.

Il conformista come uomo dalle molte identità

Musica di Giorgio Gaber, Parole di Sandro Luporini.

“Io sono un uomo nuovo talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista sono sensibile e altruista orientalista ed in passato sono stato un po' sessantottista da un po' di tempo ambientalista qualche anno fa nell'euforia mi son sentito come un po' tutti socialista.”

“Io sono un uomo nuovo per carità lo dico in senso letterale sono progressista al tempo stesso liberista antirazzista e sono molto buono sono animalista non sono più assistenzialista ultimamente sono un po' controcorrente son federalista.”

La successione delle etichette politiche e morali non costruisce un’identità coerente. Al contrario, mostra la rapidità con cui il soggetto cambia posizione seguendo il clima dominante.

Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta.

Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa.

È un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani.

Quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire.

Forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

La presunta pluralità di opinioni diventa così una raccolta di formule. Il conformista non è privo di idee: ne possiede molte, ma non le ha realmente elaborate.

Il suo sapere è riconoscibile dall’ostentazione dei giornali e dalla sicurezza con cui formula risposte “belle chiare”. Tuttavia, la chiarezza apparente nasconde l’assenza di un pensiero autonomo.

La maggioranza e la perdita di consistenza

Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza.

Il conformista s'allena a scivolare dentro il mare della maggioranza.

È un animale assai comune che vive di parole da conversazione.

Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori.

Il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando.

La metafora del galleggiamento descrive un individuo che evita la profondità e si adatta alla corrente. Non sceglie necessariamente ciò che ritiene giusto: cerca piuttosto la posizione che consente di restare a galla.

L’adesione alla maggioranza offre sicurezza, ma comporta la rinuncia alla consistenza personale. Il conformista è “a tutto tondo” soltanto in apparenza: si muove senza una forma propria.

Il conformista e l’informazione

“Il conformista non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone.”

“Il conformista aerostato evoluto che è gonfiato dall'informazione.”

“È il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato.”

L’informazione, invece di produrre conoscenza, può gonfiare il soggetto. Il conformista riceve continuamente notizie, opinioni e interpretazioni, ma resta “in superficie”.

La quantità di informazioni non coincide con la capacità di comprendere. Anzi, un eccesso non elaborato può creare l’illusione di sapere tutto.

Vive e questo già gli basta.

“E devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi.”

Questa frase sposta la critica dal personaggio astratto alla collettività. Il conformista non è un’eccezione facilmente identificabile: può rappresentare una tendenza comune.

La discrepanza tra pensiero e comportamento

Un altro tema ricorrente nella produzione di Gaber è la discrepanza tra pensiero e comportamento che caratterizza l’uomo contemporaneo.

Tra i brani più conosciuti, “Un’idea” descrive in uno degli esempi lo scarto sostanziale tra dichiararsi antirazzista ed esserlo nei fatti.

Il brano riassume la mancanza di armonia tra pensiero e azione in un’immagine capace di ricomporli in un’unità: “un’idea / finché resta un’idea / è soltanto un’astrazione / se potessi mangiare un’idea / avrei fatto la mia rivoluzione”.

Anche l’uomo che trova soddisfazione comprando una moto in “Far finta di essere sani” e quello che legge Hegel per apparire intellettuale ne “Il comportamento” sono figure che, cedendo alle mode e ai dettami di una società che le snatura, perdono l’armonia tra pensiero e comportamento.

Il conformista vive questa frattura in modo esemplare. Le sue dichiarazioni possono essere moderne, aperte e progressiste, ma non necessariamente modificano il suo modo di agire.

Il problema non è soltanto avere opinioni sbagliate. È anche possedere opinioni corrette senza trasformarle in pratiche, responsabilità e partecipazione.

Dal personale al politico

Il motivo che meglio caratterizza Gaber rispetto ad altri cantautori che hanno scelto di confrontarsi con il Movimento e gli avvenimenti degli anni Settanta e Ottanta è l’elaborazione della relazione tra ciò che è “personale” e ciò che è “politico”, uno dei nodi della discussione di quel periodo.

In molti brani di Gaber si ascolta l’esigenza di trovare una sintesi in senso costruttivo, che unisca il personale al politico così come il pensiero all’azione.

Commentando questo aspetto, il coautore Sandro Luporini ha affermato che Gaber credeva che il fatto individuale dovesse essere allargato a una visione collettiva che, a sua volta, portasse a un impegno diretto sulla realtà.

“Chiedo scusa se parlo di Maria” presenta la difficoltà di comprendere la relazione tra termini, il personale e il politico, che sono in realtà inscindibili: “Se sapessi parlare di Maria / se sapessi davvero capire la sua esistenza / avrei capito esattamente la realtà / la paura la tensione la violenza. / Avrei capito il capitale e la borghesia / ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria”.

Mantenere la volontà di incidere sulla realtà è dunque un elemento cardine in tutta la produzione di Gaber, nonché la ragione della distanza dal Movimento nel momento in cui questo perde il proprio slancio propositivo.

La ricerca di quello spazio in cui cambiare la realtà diviene possibile è per Gaber incessante.

«La libertà» e la partecipazione

Ne “La libertà”, uno dei brani più noti e meno compresi della sua produzione, Gaber indica quello che Luporini ha definito “spazio di incidenza”.

Quando cantava “la libertà / non è star sopra un albero / non è neanche avere un’opinione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”, intendeva con il termine “partecipazione” indicare uno spazio collettivo dove pensare e agire perché il cambiamento diventi possibile.

La libertà non coincide quindi con il semplice possesso di un’opinione. Un’opinione isolata, non verificata e non condivisa in uno spazio di confronto, resta insufficiente.

Il conformista, invece, confonde la libertà con la possibilità di ripetere una posizione già disponibile. La sua autonomia è soltanto apparente, perché il suo pensiero dipende dalle parole altrui.

Quello di Dialogo tra un impegnato e un non so è in realtà un ring di contraddizioni.

Non è un pulpito né un’aula di tribunale.

È una messinscena dove vengono rappresentati i tic, i rituali dei protagonisti.

Bisognerebbe trovarne una terza, mediare fra il fanatismo del primo e l’estraneità, il disinteresse del secondo.

Quello di Gaber è un occhio spietato, un occhio che non dà tregua e non permette facili scorciatoie.

La peste come assuefazione

La cosa truce non è la peste in se stessa, ma come la gente finisca per abituarsene e non farci più caso.

L’indifferenza è il punto più inquietante della metafora. Una società può reagire con paura all’arrivo del morbo, ma può anche finire per considerarlo normale.

Quando il contagio diventa abituale, la capacità di indignarsi si indebolisce. La violenza non deve più imporsi ogni volta con la forza: può essere accettata come parte ordinaria della vita pubblica.

La peste diventa allora più pericolosa quando non viene più riconosciuta. L’assuefazione trasforma il male in paesaggio.

Il conformismo favorisce questo processo perché consente agli individui di adattarsi senza farci caso. L’importante è stare dalla parte giusta, stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando.

La critica dell’antagonismo di facciata

Il Signor G viene inghiottito dal sistema eppure, come gli altri signor G, sente il dovere morale di criticarlo, di costruirsi un antagonismo di facciata, la smania di protestare pur senza mai mettersi in prima fila.

Così, per chiacchierare, per dire la sua.

L’uomo ha raggiunto dei piccoli privilegi borghesi dei quali non vuole privarsi.

Il risultato è un uomo antropologicamente modificato, svuotato dei suoi eccessi che adesso vengono confinati nel recinto delle depravazioni, costretto a saziare i suoi appetiti in una ciotola di perbenismo cui la società, in cui vive da schiavo inconsapevole, nonostante tutto lo obbliga.

Il conformismo può dunque assumere anche la forma della protesta. Non è necessario essere apertamente obbedienti per adeguarsi al sistema: si può contestare in modo rituale, mantenendo intatti abitudini, privilegi e comportamenti.

Il pericolo comune è il conformismo, anche quando è travestito da antagonismo di facciata.

Gaber e Luporini risolvono la faccenda sempre con uno sberleffo, anche quando ad essere messa in discussione è la fede religiosa.

La crisi dell’impegno collettivo

Nel 1978 tuttavia, quando il racconto della realtà diventa critico nei confronti del Movimento, Gaber è oggetto di dure contestazioni durante gli spettacoli ai quali, però, non rinuncia.

In brani come “Quando è moda è moda” o “Io se fossi Dio” Gaber racconta la perdita di forza propositiva di quel Movimento e la sua rinuncia a progettare una società differente e, sebbene dispiaciuto per le critiche, continua a offrire al pubblico la propria riflessione.

L’appuntamento con la rivoluzione è stato mancato.

All’acceso fervore rivoluzionario si sono sostituite altre sensazioni, altre pulsioni, altre fobie.

Paura, diffidenza, solitudine, un vago senso di esclusione, di non appartenenza, l’abbandono nel consumismo e il bisogno di rifugio prendono il posto della progettazione collettiva.

Perché anche l’antagonismo è diventato alla lunga una moda, mentre la corsa verso il cambiamento si è atrofizzata proprio come le zampe dei polli costretti ad una libertà vigilata.

Gaber e Luporini criticano ferocemente i vecchi reduci, ormai “intruppati” nelle varie forme costituite con cui il “regime” detta le sue regole.

Ne prendono le distanze.

La dimensione teatrale dell’interpretazione

La comprensione di «La peste» non dipende soltanto dalle parole. La comicità di Gaber non si trova solo nei testi, ma anche nell’esecuzione dei brani.

C’è però anche un’intenzione che ha potuto cogliere chi ha assistito agli spettacoli dal vivo e che può vedere, oggi, chi visioni i pochi filmati degli spettacoli disponibili.

Un video che permette di apprezzare il modo in cui Gaber interpretava i brani è “Al bar Casablanca”: la figura dell’intellettuale politicamente impegnato è qui criticata nel suo risolversi nelle inconcludenti discussioni al bar nel testo, e resa con un’irresistibile aria blasé nella recitazione.

Giorgio Gaber - La Peste

Allo stesso modo si può osservare la capacità di riprodurre in modo significativo gesti della vita di tutti i giorni come ne “Lo shampoo”, un brano che rende comico un comportamento quotidiano, quello di lavarsi i capelli, utilizzandolo come spunto per una critica della società dei consumi che mette a disposizione una gran quantità di prodotti sostanzialmente uguali tra loro.

Le espressioni del viso, i gesti, i movimenti del corpo e in generale la capacità recitativa di Gaber hanno reso le canzoni di volta in volta ironiche, comiche, drammatiche o provocatorie, in un dialogo incessante con gli ascoltatori.

La mimica ha un peso rilevante negli spettacoli teatrali dell’artista milanese.

A furia di familiarizzare con i suoi monologhi non è difficile immaginare la sua gestualità sottolineare ed enfatizzare i passaggi più accesi.

Il valore delle immagini nel testo

La forza di «La peste» nasce dalla trasformazione di un fenomeno biologico in una serie di immagini politiche.

  • Il bacillo rappresenta un’idea negativa capace di penetrare nella mente.
  • Il bastoncino richiama la forma concreta del batterio e prepara l’associazione con il manganello.
  • I topi rappresentano una presenza nascosta e degradante portata alla luce da mani esperte.
  • I tombini indicano gli spazi sotterranei da cui emergono forze apparentemente marginali.
  • Il manganello trasforma il contagio ideologico in violenza fisica e politica.
  • La peste diventa il nome complessivo dell’ignoranza, della manipolazione e dell’indifferenza.

Il testo evita una spiegazione teorica astratta e preferisce costruire una scena grottesca. L’orrore è reso attraverso un linguaggio semplice, concreto e paradossale.

La comicità non attenua la gravità del contenuto. Al contrario, la rende più accessibile e più inquietante, perché il pubblico può riconoscere il meccanismo proprio mentre ride.

Il sistema, i consumi e la perdita dell’autonomia

La macchina del sistema esercita una forza persuasiva e coatta.

La forza persuasiva e coatta viene dalle macchine del sistema ma anche dalle stesse forze “reazionarie”, impegnate nel setacciare il territorio per trovare nuovi adepti.

Il soggetto contemporaneo rischia di essere trasformato in un individuo “inserito” e prostrato davanti al Dio Sistema, imborghesito e imbavagliato.

La società dei consumi contribuisce alla perdita dell’autonomia attraverso oggetti, modelli di vita e bisogni continuamente prodotti.

L’abbandono nel consumismo e il bisogno di rifugio rappresentano una fuga apparente dalla condizione in cui ci si trova relegati.

Questa fuga non elimina il condizionamento, ma lo rende più piacevole e meno visibile. L’individuo può sentirsi libero proprio mentre si adatta a una nuova forma di prigionia.

Quello della libertà è un concetto alquanto fragile, ambiguo e contraddittorio su cui hanno dibattuto per millenni filosofi, legislatori e teologi.

Quanto e in che misura siamo liberi?

Quanto, piuttosto, la nostra libertà è invece un adattamento alle libertà altrui?

Quanto la nostra libertà è condizionata da fattori esterni?

Quanto la nostra esigenza di libertà è manovrabile da fuori?

La responsabilità dell’ascoltatore

Gaber non offre un pulpito né un’aula di tribunale. La sua messinscena rappresenta i tic e i rituali dei protagonisti, lasciando il pubblico davanti alle proprie contraddizioni.

Tanti signori e signore G seduti in platea applaudono chi in realtà li sta mettendo davanti ai loro stessi turbamenti, alle loro stesse inquietudini taciute, ai loro stessi paradossi.

La descrizione non serve a deridere il pubblico. Gaber si limita a descriverlo nelle sue peculiarità.

È anche un atto democratico.

Forse il supremo atto democratico di un autore di testi.

La responsabilità dell’ascoltatore nasce dal riconoscimento. Se il conformista somiglia molto a tutti noi, allora nessuno può collocarsi automaticamente fuori dal problema.

La domanda implicita non è soltanto chi diffonda la peste, ma anche chi la lasci circolare, chi la normalizzi e chi rinunci a pensare.

Una lettura attuale della canzone

La lettura contemporanea di «La peste» può partire dalle analogie tra la metafora del contagio e alcuni comportamenti osservabili durante le crisi sanitarie: la diffusione di notizie non verificate, la ricerca di capri espiatori, la paura, la diffidenza e la chiusura nelle case.

Le analogie, tuttavia, non cancellano il significato storico del brano. La peste evocata da Gaber è soprattutto politica e culturale.

La prima fase è leggerezza. C'è un bacillo che saltella.. curioso.. negativo..

La seconda fase sono mistero, curiosità, false notizie.

Poi arrivano i primi contagi e lentamente comincia la paura.

La gente esce meno, resta chiusa nelle case, diventa diffidente.

Il paragrafo successivo introduce gli orrori, i malati, le sofferenze e le morti.

In mezzo a tutto quell'orrore ci si comincia anche a domandare chi ne sia l'artefice.

La sequenza può essere letta come una struttura narrativa universale, ma il riferimento al “bacillo a manganello” riporta il lettore alla natura politica dell’allegoria.

Non è dunque necessario scegliere tra una lettura sanitaria e una lettura politica: la prima aiuta a comprendere la dinamica emotiva del contagio, mentre la seconda chiarisce il bersaglio storico e ideologico della canzone.

Il ruolo della memoria

La memoria storica è indispensabile per comprendere il riferimento alla peste degli anni Venti e al fascismo.

Se il riferimento viene dimenticato, «La peste» rischia di apparire come una generica canzone sulle epidemie. Se invece viene mantenuto, il bacillo assume il significato di una mentalità autoritaria che può tornare a diffondersi.

La memoria consente anche di riconoscere la differenza tra la violenza dichiarata e le forme più sottili di adattamento, propaganda e conformismo.

Il brano non descrive soltanto l’apparizione di un nemico esterno. Mostra come il contagio possa trovare spazio nelle persone comuni, nelle loro paure e nella loro disponibilità a seguire la maggioranza.

La posizione di Gaber

Gaber si incammina in un percorso accidentato dove il rischio di venir travisato o strumentalizzato si compie ad ogni singolo passo.

Cosa che puntualmente avverrà con «La libertà», utilizzata da qualche schieramento politico come invito al voto.

Il suo sguardo non coincide con quello di una parte politica immutabile. Gaber critica anche il Movimento quando ritiene che abbia perso la propria forza propositiva.

Nel suo mondo tutti sono egualmente distanti da una rivoluzione vera, che è sociale ma è soprattutto intima, personale e coinvolge ogni ambito della sua vita.

La rivoluzione ha soprattutto a che fare non tanto con i valori, compromessi sempre dall’“ingranaggio” esterno rischiando di diventare una ribellione da parata, ma dalla lealtà verso se stessi, dalla disciplina severa autoimposta.

Questa esigenza di coerenza distingue la critica di Gaber dalla semplice denuncia. La canzone non chiede soltanto di individuare i colpevoli, ma di interrogare il proprio rapporto con l’informazione, la maggioranza, l’ideologia e l’azione.

Schema interpretativo

Elemento del testoSignificato principale
PesteIgnoranza, manipolazione e fascismo risorgente
BacilloIdea negativa che entra nel cervello
BastoncinoForma del batterio e richiamo al manganello
Topi di fognaForze nascoste e marginali lanciate nella società
Abilissime maniOrganizzazione e manipolazione del contagio
PauraReazione collettiva alla diffusione del morbo
UntoriCapri espiatori individuati dalla comunità
IndifferenzaAssuefazione alla presenza del male
ConformismoRinuncia al pensiero autonomo

Perché «La peste» resta una canzone attuale

La canzone resta attuale perché non descrive soltanto un momento storico, ma un meccanismo.

Il meccanismo comincia con una presenza difficile da identificare, prosegue con la circolazione di voci e informazioni, produce paura, individua un nemico e può concludersi con l’accettazione della violenza.

La peste si diffonde quando il pensiero viene sostituito da formule già pronte.

Si rafforza quando le persone confondono l’informazione con la comprensione.

Diventa stabile quando l’antagonismo si riduce a una posa e quando l’indifferenza impedisce di riconoscere il pericolo.

Per questo la vera difesa non è soltanto la ricerca di una posizione politica corretta, ma la capacità di pensare, verificare e partecipare.

Gaber e Luporini volevano riprovare a pensare.

Non si sa mai.

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