Querini Stampalia: Carpaccio, la “Caccia allo smergo” di Pietro Longhi e la Sala della Musica

Nel cuore di Venezia, a Campo Santa Maria Formosa, Palazzo Querini Stampalia racconta la storia di una delle famiglie più insigni del patriziato fondatore della città e custodisce una delle più suggestive case museo d’Europa.

Un tempo dimora dei Querini Stampalia, oggi è una delle Case Museo più suggestive d’Europa. Racconta la vita quotidiana in un palazzo veneziano tra Sette e Ottocento, con arredi della famiglia, collezioni d’arte e affreschi che ne custodiscono la memoria.

Il Museo Querini Stampalia oggi custodisce, all’interno di eleganti ambienti arredati con mobili della Serenissima Repubblica, una importante collezione di arti figurative e decorative che raccoglie dipinti, sculture, incisioni, stucchi, affreschi, tappezzerie, lampadari di Murano, arredi e porcellane.

Palazzo Querini Stampalia Campo Santa Maria Formosa

La famiglia Querini Stampalia e il palazzo veneziano

I Querini Stampalia, famiglia tra le più insigni del patriziato fondatore della città di Venezia, furono estimatori e appassionati d’arte per intere generazioni nonché mecenati capaci di costituire una collezione di alto profilo con opere di artisti come Pietro Longhi, Marco Ricci, Giovanni Bellini, Palma il Giovane e molti altri.

Le origini della famiglia Querini Stampalia sono molto antiche; i discendenti del ramo di Santa Maria Formosa dapprima noti anche come “Zii” (gigli) in riferimento al loro stemma, nel 1808, per volontà di Alvise Querini che voleva distinguersi da un omonimo, aggiunsero al proprio cognome il titolo Stampalia, dal nome dell’isola dell’Egeo di loro proprietà.

Nella città lagunare il casato è indissolubilmente legato a un luogo, il Campo Santa Maria Formosa, dove ha sede il Palazzo Querini Stampalia.

La famiglia vi si era insediata a partire dal ’300 ma il Palazzo venne realizzato nel ’500 seguendo lo stile delle architetture di Mauro Coducci.

I lavori di costruzione del Palazzo commissionato da Nicolò Querini risalgono al 1514 e proseguono con il nipote Francesco per la prima metà del secolo sia negli interni sia nella facciata, elemento architettonico attraverso il quale le famiglie affermavano il proprio ruolo sociale e politico.

È possibile collocare tra il 1660 e il 1710 l’unificazione, avvenuta mediante un ponte aereo, delle due antiche case da stazio cinquecentesche acquistate nel 1614 e nel 1654.

Un intervento altrettanto importante venne messo in atto nella seconda metà del ’700, in occasione delle nozze di Alvise Querini con Maria Teresa Lippomano, e riguardò gli interni e la commissione di nuove opere d’arte.

Nel 1788 Andrea Querini e il figlio Zuanne avviarono un nuovo progetto per l’ingrandimento e il restauro del Palazzo.

I lavori affidati ad Antonio Solari e poi a Girolamo Vianello coinvolsero per gli aspetti decorativi, fondamentali per affermare la ricchezza della famiglia, Jacopo e Vincenzo Guarana e Davide Rossi, Giuseppe Barnardino Bison in qualità di ornatista, Domenico Sartori come doratore e gli stuccatori Giuseppe e Pietro Castelli.

Nel 1849 il patriarca Jacopo Monico, che dal 1835 aveva preso in affitto il secondo piano, fu accusato di aver sottoscritto una petizione per la resa degli austriaci e assalito dai patrioti del Circolo Italiano che saccheggiarono l’edificio provocando la perdita di beni e oggetti preziosi[1].

Infine, nel 1869 Palazzo Querini Stampalia divenne la sede dell’omonima fondazione, tra le più antiche in Italia[2].

A prescindere dai numerosi interventi di restauro documentati è nota l’abitudine della famiglia ad apportare modifiche in occasione di lutti e matrimoni.

Tale prassi dimostra l’assenza di un progetto unitario e la tendenza a procedere con una serie di interventi parziali volti ad apportare migliorie ed abbellimenti legati alle esigenze di chi abitava la dimora.[3]

Gli interventi di Carlo Scarpa, Valeriano Pastor e Mario Botta

Anche nel corso del XX secolo il Palazzo ha ispirato progetti architettonici importanti.

Nel 1963 è stato inaugurato il celebre restauro di Carlo Scarpa[4]; tra il 1982 e il 1997 Valeriano Pastor ha realizzato una scala, un varco di uscita e un ponte aereo di collegamento; nel 1993 Mario Botta è intervenuto sul terzo piano del Palazzo, ricavandone un’area espositiva e spazi per uffici, e sul piano terra ridisegnando gli spazi destinati al pubblico[5].

Il restauro di Carlo Scarpa ha trasformato una necessità strutturale in poesia visiva: acque controllate, giardini scultorei, cemento e pietra d’Istria dialogano con la Venezia acquatica, dove l’alta marea diventa performance estetica e lo spazio invita alla contemplazione.

L’architettura e il giardino d’acqua di Carlo Scarpa, il piccolo accogliente ristoro e il curioso bookshop, ma anche Casa Macchietta, lo spazio bimbi per i piccoli visitatori: per stupirsi, ammirare e godere di una pausa in un luogo come non ce ne sono altri.

Giardino d’acqua Carlo Scarpa Querini Stampalia

Il Portego e gli ambienti di rappresentanza

Il caratteristico e sontuoso Portego, accesso originale della dimora, presenta un raffinato ciclo decorativo, commissionato a Jacopo Guarana e realizzato in occasione del già citato matrimonio tra Alvise e Maria Teresa.

All’apparato decorativo raffigurante la “Allegoria dell’Aurora” con le Arti e altre allegorie di buon auspicio per i giovani sposi si alternano i raffinati ornati a stucco su fondo verde dei fratelli Giuseppe e Pietro Castelli.

La sala è dominata dalla presenza del “lampadario Rezzonico” in vetro di Murano policromo.

Si tratta di un importante esemplare di lampadario “ciocca” (mazzo di fiori), tipologia introdotta nel ’700 dal vetraio Giuseppe Briati in risposta ai lampadari boemi.

Nello stesso ambiente si trovano una serie di busti in marmo eseguiti da Michele Fabris detto l’Ongaro, il busto del cardinale Angelo Maria Querini realizzato da Giacomo Cassetti, il “globo celeste” e il “globo terrestre” di Willem Blaeu.

La Sala Giovanni Bellini e la Sala delle Tavole

La Sala Giovanni Bellini prende il nome dalla tavola ivi custodita “La presentazione di Gesù al Tempio”, capolavoro dalla complessa vicenda critica in cui il celebre pittore veneziano rappresenta il noto episodio evangelico.

Importanti saggi pittorici vengono ospitati anche nell’ambiente successivo destinato a tavole antiche e opere di ambito giorgionesco.

Nella Sala delle Tavole, decorata dall’affresco “Coppia di amorini con corone d’alloro”, si possono ammirare “L’Incoronazione della Vergine” di Donato e Catarino del 1382, che costituisce la tavola più antica della collezione queriniana, la tempera su tavola “Crocifissione” di Michele Giambono, ultimo esponente del Gotico Internazionale, e altri pregevoli dipinti di Jacopo Negretti detto Palma il Vecchio, Vincenzo Catena, Polidoro di Mastro Renzo da Lanciano, Bernardo Strozzi e Marco Vecellio.

La Sala della Maniera e la cultura figurativa veneziana

La pittura trionfa nella Sala della Maniera, affrescata da Jacopo Guarana nella seconda metà del ’700, che ospita “La conversione di San Paolo” di Andrea Medulich detto Lo Schiavone e un prezioso corpus di opere di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane.

Degni di nota anche lo strumento astronomico denominato “sfera armillare” e gli arredi comprendenti una coppia di mensole del XVIII secolo e una “consolle” in noce dal caratteristico piano in scagliola Carpi, di epoca precedente, con decorazioni bianche su fondo nero raffiguranti una fascia a girali con paesaggi, putti, delfini, uccelli, satiri e una scena bucolica nel rosone centrale.

La Sala della Musica e Pietro Longhi

La Sala della Musica, dalla ricca collezione di strumenti musicali a corda e a fiato appartenuti ai Querini, ospita uno dei nuclei più rappresentativi del museo, il ricco corpus di opere del grande interprete del ’700 veneziano Pietro Longhi[6].

Si tratta di trenta tele di piccole dimensioni, in parte commissionate dal senatore della Serenissima Andrea Querini e in parte di provenienza Donà delle Rose, che raffigurano con grazia scene di vita quotidiana, tra cui citiamo almeno “Caccia allo smergo” e “Mondo novo”.

Pietro Longhi Caccia allo smergo

La “Caccia allo smergo” appartiene a quel gruppo di immagini nelle quali Pietro Longhi osserva consuetudini, passatempi e rituali della società veneziana del Settecento.

Nella stessa sala si trova la “ribalta con alzata”, raffinato mobile in legno e radica di noce con rifiniture dorate della prima metà del XVIII secolo destinato ad accogliere le collezioni di statuine da mostrare nel corso di feste e ricevimenti.

La caccia in laguna tra Carpaccio e Longhi

Chi non conosce Carpaccio non conosce Venezia.

C’è un piccolo quadro che da solo vale la visita della mostra Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni (Palazzo Ducale, fino al 18 giugno, catalogo Marsilio Arte 339 pagine, 56 euro), la più completa dopo la grande antologica sempre veneziana di ormai sessant’anni fa, e che raccoglie quadri da un po’ tutti i musei del mondo.

Vittore Carpaccio ci dà le coordinate naturalistiche, venatorie, ludiche della laguna nel suo tempo, la fine del Quattrocento.

Sotto un cielo grigio dove volano a stormi uccelli migratori, lo specchio d’acqua rimanda barche, rematori, servitori di colore, arcieri, cormorani addestrati.

Sullo sfondo ci sono i casoni ricoperti di canne, le cavàne dove ormeggiare, un airone solitario in volo, gli sbarramenti che chiudono le valli da pesca, i ghebi che si incuneano fra le barene, le terre emerse intorno ai casoni che la marea ricoprirà.

Nell’acqua si distinguono i lunghi colli o le estremità posteriori degli uccelli sorpresi nella loro pesca mattutina, qualche preda, oche, folaghe, è sul bordo delle imbarcazioni, così come qualche richiamo vivo o inanimato.

L’acqua è immobile, non fosse per lo sciabordio dei remi, l’atmosfera è solenne e barbarica, ma rispetto alla coeva pittura fiamminga di genere, è meno veristica e più immaginativa, un arazzo fantastico e non una natura morta.

In Caccia in valle è comunque raffigurato lo stesso rituale che ancora due secoli dopo Pietro Longhi condenserà in una serie di quadri che, fortunatamente per noi italiani, si possono vedere alla Fondazione Querini Stampalia.

Ecco “l’arrivo del signore”, preparazione dei fucili, che hanno preso il posto degli archi e delle palline di argilla usate come frecce, scarico del materiale con famigli e dipendenti che lo accolgono, sistemano e verificano le armi, mettono a posto vasellame e provviste.

Ecco “il sorteggio dei cacciatori”, intorno a un tavolo, pipe accese e grappe versate, l’assegnazione dei posti-caccia.

Ecco la partenza, con il suo corteo di zimbelli da sistemare come esca, e infine “la posta in botte”: un cielo che albeggia, un tiratore che punta, le prede che galleggiano in attesa di essere raccolte, l’accompagnatore che prepara e predispone le bocche da fuoco.

  1. “l’arrivo del signore”;
  2. “il sorteggio dei cacciatori”;
  3. la partenza con il corteo di zimbelli;
  4. “la posta in botte”.

Ancora lo spazio di un paio di secoli e ciò che visivamente Carpaccio e Longhi avevano avuto di fronte lo ritroverai nelle pagine hemingwayane di Di là dal fiume e tra gli alberi, del Comisso di Veneto felice e in quel romanzo sorprendente nella sua sgradevolezza esistenziale, che è L’airone, di Giorgio Bassani, dove più che la laguna è il senso di spossatezza, di abbandono e di resa a tenere banco.

Partito per andare a caccia, l’avvocato Limentani alla fine non sparerà ad altri che a sé stesso.

Carpaccio: Caccia in valle e Due dame

Anche la Caccia in valle di Carpaccio ha però il suo non detto, ovvero l’altra faccia “mondana” illustrata da Longhi, un’altra faccia però al femminile di ciò che al maschile ci avrebbero poi raccontato anche gli scrittori novecenteschi prima citati.

In origine, infatti, sulla medesima tavola che riproduceva la scena venatoria, ce n’era una seconda, collocata immediatamente sotto e intitolata Due dame.

Le due scene risultano visivamente unite sia dal giglio che esce dal vaso appoggiato a sinistra sul parapetto di quest’ultima e che occhieggia dal margine sempre a sinistra della scena di caccia, sia dallo sfondo verde della porzione con le due dame che rappresenta la continuazione delle acque della laguna.

Rimane un quesito.

Quando e perché il pannello sia stato segato a metà, non lo sappiamo.

Ma chi sono le due bionde figure femminili raffigurate?

A lungo si è pensato che si trattasse di una coppia d cortigiane, apatiche e annoiate, con abiti e acconciature vistose, circondate da animali domestici, ma anche da vasi di mirto e da tortore, gli uni e le altre associabili a Venere, dea dell’amore…

Era un’interpretazione convincente se presa a sé, ma una volta che i due dipinti sono letti nel loro insieme, gli abiti al femminile rimandano a quelli maschili dei signori intenti alla caccia e lì dove si leggeva la noia e l‘apatia si può più verosimilmente leggere l’attesa paziente, di due spose caste e fedeli, del ritorno a casa dei mariti dopo una giornata di svago in laguna.

Questa interpretazione è avvalorata dal fatto che quelle due teste femminili si possono ritrovare adattate per le coeve decorazioni di vetri di Murano, ciotole e coppe intese quali doni di fidanzamento o di nozze.

In mostra è presente, proveniente dal Kunsthistoriches Museum di Vienna, un loro esemplare superstite.

Lasciando da parte ogni altra allusione simbolica, nel suo insieme Caccia in valle/Due dame, per quanto appartenga a un Carpaccio non ancora trentenne, rientra perfettamente nel suo universo pittorico dove, come osserverà uno scrittore ottocentesco quale Henry James, “l’attenzione per la vita dell’uomo in generale” si univa a un’immagine ideale della città marinara per eccellenza, con i palazzi ricoperti di marmo, le navi, l’andirivieni della gente, il luccichio della luce solare e insieme il tono metallico della laguna.

Del resto, come puntualizza il curatore della mostra, Peter Humfrey, Carpaccio era un vero veneziano, figlio di un mercante di pellami (Scarpaza era il nome originale, dal pittore latinizzato in Carpatius…) e in quarant’anni di carriera lasciò raramente la città: i suoi committenti erano suoi concittadini.

A Caccia in valle/Due dame, varrà la pena sottolineare che nella grande mostra del 1963 esso non era esposto, come del resto molte altre opere di grande valore che fanno dell’allestimento odierno un unicum da non perdere.

Dal nome di Carpaccio al piatto di carne cruda

Va anche detto che fu allora, quando Venezia divenne in pratica oggetto della “Carpacciomania”, che Giuseppe Cipriani, l’inventore dell’Harry’s Bar, battezzò con il nome del pittore quel piatto composto da carne di manzo o di vitello cruda, tagliata in modo sottile, servita con limone, olio di oliva e scaglie di grana, e che nel color vivo della carne richiamava i caratteristici rossi de suoi teleri, gli stessi che si possono ritrovare nel ciclo della vita di Sant’Orsola, alle Gallerie dell’Accademia, o nelle storie di san Giorgio e san Girolamo, nella Scuola degli Schiavoni.

La Sala dei ritratti e la rappresentazione della nobiltà

Nella Sala dei ritratti con opere di Sebastiano Bombelli, Nicolò Cassana, Luca Giordano e Girolamo Forabosco si manifesta la passione per la ritrattistica particolarmente diffusa tra i nobili veneziani.

I ritratti venivano commissionati sia con funzione domestica sia per celebrare incarichi politici importanti come avviene di frequente nel ’600, momento particolarmente felice per la famiglia.

Degni di nota anche il “monetiere” da tavolo in legno ebanizzato con intarsi in avorio e decorazioni a grottesca e l’esemplare di “orologio da mensola” in bronzo, tartaruga e ottone del XVIII secolo ispirato ai decori dell’ebanistra del Re Sole Charles André Boulle.

Il Salotto Giuseppe Jappelli e gli arredi neoclassici

Il Salotto Giuseppe Jappelli, dedicato al maggiore esponente dello stile Neoclassico in Veneto, ospita gli arredi appartenuti a Caterina Querini Stampalia[7].

Il salotto alla pompeiana in legno laccato nero con figurine dipinte a finto intarsio trae ispirazione da modelli inglesi ed è affine agli arredi del Caffè Pedrocchi di Padova.

Esso comprende un divano a forma di gondola con imbottitura in panno blu e rifiniture in ciniglia, un tavolo con piano in radica e intarsi in madreperla dove è collocato il bozzetto in creta di Letizia Ramolino Bonaparte dello scultore Antonio Canova, dieci sedie con disegni ispirati all’antico, due vetrine e una specchiera.

Una delle vetrine custodisce la tazzina da caffè della prima metà del ’700 proveniente dalla prestigiosa Manifattura di Meissen e probabilmente donata ad Andrea Domenico Querini dal principe ereditario Federico Cristiano elettore di Sassonia[8].

Nella stessa sala si trovano il dipinto “La partenza del Bucintoro” di Antonio Stom, tre paesaggi attribuiti a Peeter Bolckman e l’intervento dell’artista contemporanea Elisabetta Di Maggio.

La Sala Ottocento e le arti decorative

Preziosa la Sala Ottocento dedicata alla collezione di arti decorative appartenuta ai coniugi Alda Morandi e Romano Padoan, donata al Museo dal figlio Renato[9].

Tale collezione comprende porcellane, maioliche, argenti, smalti, vetri, tabacchiere e “objects de vertu”.

Tra gli esemplari più significativi della collezione di porcellane provenienti dall’Italia e dall’estero citiamo il delizioso gruppo “L’amante scoperto” della manifattura di Meissen, la “tazza e piattino” con attributi rivoluzionari della manifattura di Sèvres, le porcellane settecentesche della manifattura veneziana Cozzi e quelle ottocentesche provenienti da Berlino e Vienna.

Nella stessa sala è possibile ammirare una raccolta di opere degli inizi dell’800 che include i dipinti di Camillo Innocenti, Alessandro Milesi, Lino Selvatico e Guglielmo Ciardi, la tempera su carta di Alberto Pasini e la “testa di bimbo” in cera di Medardo Rosso.

Scene di vita veneziana e lo Studiolo

La sala Scene di vita veneziana presenta sessantasette opere dell’artista Gabriel Bella, testimonianza vivace del costume e delle tradizioni veneziane nel XVIII secolo[10].

Il percorso espositivo procede con lo Studiolo dove si trovano le tele dal soggetto mitologico “Orfeo ed Euridice” e “Pan e Siringa” di Federico Cervelli, “Diana” di Francesco Ruschi e tre paesaggi di Marco Ricci dei primi del ’700.

Nella sala, dal soffitto affrescato alla fine del XVIII secolo con le “Tre Grazie”, è collocata una “ribalta con alzata” del XVIII secolo, in legno impiallacciato in radica di noce, dal caratteristico motivo a doppia cupola.

La Camera da letto e il Boudoir

A seguire si trova la raffinata Camera da letto, impreziosita dalla decorazione ad affresco in stile neoclassico eseguita per le nozze di Alvise Querini con Maria Teresa Lippomano da Jacopo Guarana e raffigurante “Zefiro e Flora” con scene antiche e motivi floreali.

L’arredo mantiene otto poltrone e due portacamicie della metà del ’700 appartenute a Zuanne Querini, padre di Alvise, cui si aggiungono il letto Luigi XVI e due comodini in stile neoclassico laccati color verde chiaro con motivi floreali, commissionati da Alvise.

Completano l’ambiente una “consolle” in legno laccato azzurro del 1780 circa, una “specchiera” argentata in vetro di Murano della fine del XVII secolo, il tondo del 1480 circa “La Vergine e San Giovannino adoranti il Bambino” di Lorenzo di Credi e i “Sette Sacramenti” commissionati da Alvise a Pietro Longhi e realizzati tra il 1755 e il 1757.

Nell’annesso Boudoir, salottino dal gusto squisitamente femminile adiacente alla camera da letto, si trovano numerose opere tra cui citiamo le tavole di Pietro Della Vecchia provenienti da un cassone nuziale, il “Ritratto di Caterina Contarini Querini” eseguito da Alessandro Longhi, due ritratti attributi a Giuseppe Nogari e dipinti di area olandese e fiamminga.

Il Salotto rosso e il Salotto verde

Il Salotto rosso, con lampadario in vetro di Murano del XIX secolo, presenta sul soffitto le decorazioni di Jacopo Guarana con figure mitologiche e medaglioni monocromi con le Arti e figure femminili che rivelano il gusto classicheggiante di fine ’700.

La sala ospita un nucleo di ritratti ufficiali di insigni personalità della famiglia eseguiti da Sebastiano Bombelli, Bartolomeo Nazari, Fortunato Pasquetti, Bernardino Castelli e un importante esemplare di lacca veneziana, un “cantonale” con decorazione dorata su fondo verde scuro ispirato al gusto orientale che tra Seicento e Settecento ebbe grande successo tra la nobiltà veneziana.

Il Salotto verde, con affresco a soffitto della “Allegoria nuziale”, tondi con figure danzanti, putti e corone di fiori eseguiti da Jacopo Guarana, è dominato dal capolavoro di Giambattista Tiepolo.

Si tratta del “Ritratto di un Dolfin Procuratore e Generale da Mar” che Giovanni Querini ereditò dalla nonna materna Cecilia Dolfin.

Nella stessa sala si trovano anche i ritratti di esponenti della famiglia commissionati a Pietro Uberti e Francesco Zugno e due sovraporta riconducibili all’ambito di Carlo Ceresa.

Interessanti gli arredi del salotto: divani, sedie e poltroncine in legno laccato verde con decorazioni policrome; due consolle con specchiere del 1780 circa; la “pendola da tavolo” dei primi dell’Ottocento in marmo e bronzo dorato e cesellato firmata Luigi Manfredini; la coppia di vasi in porcellana eseguiti in Cina nel primo ventennio del Settecento.

La Sala degli stucchi e la Sala da pranzo

La Sala degli stucchi deve il proprio nome alle decorazioni realizzate da Giuseppe e Pietro Castelli, maestri di quest’arte elegante richiesta dalla nobiltà veneziana per decorare importanti dimore.

Vi si trovano due splendide tavole di Jacopo Palma il Vecchio raffiguranti “Francesco Querini” e “Paola Priuli” e commissionate in occasione delle loro nozze avvenute nel 1528 e due esemplari di “globi” del celebre Gilles Robert de Vaugondy, dal 1730 cartografo e geografo ufficiale del Re di Francia.

La collezione di porcellane della famiglia è protagonista della Sala da pranzo, decorata con gli affreschi di Jacopo Guarana e Costantino Cedini e stucchi settecenteschi ed illuminata da una coppia di eleganti lampadari in vetro di Murano.

Vi è esposto il prezioso servizio in porcellana, prevalentemente a pasta tenera, della Manifattura di Sèvres composto da duecentoquarantaquattro pezzi e acquistato a Parigi tra il 1795 e il 1796 da Alvise Maria Querini, ultimo senatore della Serenissima Repubblica in Francia[12].

Il raffinato servizio che presenta bande a bordo blu scuro con roseaux d’oro e delicati motivi decorativi floreali nei toni del viola e del rosa è accompagnato da gruppi, figure e piccoli vasi in biscuit che formano lo straordinario “surtout”.

La Sala mitologica

Nella Sala mitologica si trovano interessanti opere di carattere allegorico e mitologico: l’importante soffitto “L’Allegoria del giorno” commissionato dai Querini tra il 1696 e il 1703 a Sebastiano Ricci, “Milone da Crotone” attribuito a Francesco Maffei, “Cefalo e Procri” attribuito a Luca Giordano, “L’uomo precipitato dai vizi” di Pietro Liberi e un ciclo di dodici “Sibille” riconducibile a un pittore veneto della seconda metà del Seicento.

Il soffitto presenta un rosone a intonaco di calce al centro, decorazioni a grottesche e strumenti musicali in stucco bianco ed è attribuito a Jacopo Guarana che al secondo piano del Palazzo Querini Stampalia ha realizzato uno dei suoi più completi e importanti cicli di affreschi.

La Fondazione, la biblioteca e gli spazi culturali

La Biblioteca, che affianca a sale antiche le più moderne tecnologie, mette a disposizione fino a tarda notte e nei fine settimana le sue ricche collezioni e una ventina di quotidiani da tutto il mondo.

La Biblioteca custodisce circa 400.000 volumi, antichi e moderni, ed è considerata da oltre 150 anni la biblioteca dei veneziani.

Aperta anche nei festivi, nasce per volontà del conte Giovanni Querini, che volle renderla pubblica attraverso il suo testamento.

Dedicata a Giovanni Querini, la libreria è punto d’incontro tra bookshop museale e libreria indipendente.

Offre cataloghi, oggetti e una selezione editoriale autonoma e accessibile.

Uno spazio in cui il libro stimola riflessione e comprensione del presente.

Progettato da Mario Botta, si trova al piano terra della Fondazione.

Con 132 posti, è tra i più grandi del centro di Venezia.

Accoglie conferenze, concerti, presentazioni e può essere collegato a sale adiacenti.

Uno spazio pensato per la condivisione pubblica e culturale.

Mostre, musica e installazioni contemporanee

Una mostra concepita come una serie di set, scene cinematografiche, palcoscenici teatrali: all’inizio subito divampano le passioni e ossessioni familiari, la biblioteca pulsa di sapere notturno, nelle stanze come scuderie risuonano zoccoli e lame, il finale disvela l’ultimo dono eterno e definitivo di Giovanni: il testamento del 1869.

La mostra traccia l’evoluzione del linguaggio di Ding Yi, uno degli artisti più significativi dell’astrattismo cinese, riunendo opere storiche e nuove insieme a una serie di stele in pietra che infondono al luogo la riflessiva ritualità di antichi siti cinesi e trasformando l’Area Scarpa in una foresta contemplativa di immagini.

The Invisible Chord. Riunendo quasi ottanta tra dipinti, documenti e utensili, la mostra restituisce al sonoro un posto di rilievo nell’universo plastico ed esistenziale di Hans Hartung.

Da Bach ai Pink Floyd, passando per Lili Boulanger, si ricostituisce un paesaggio di energie, gestualità e risonanze che attraversano l’intera creazione dell’artista.

La mostra The Dreamer, che inaugura il 5 maggio, è concepita come una serie di set, scene cinematografiche, palcoscenici teatrali: all’inizio subito divampano le passioni e ossessioni familiari, la biblioteca pulsa di sapere notturno, nelle stanze come scuderie risuonano zoccoli e lame, il finale disvela l’ultimo dono eterno e definitivo di Giovanni: il testamento del 1869.

Tendaggi di velluto, la luce tremolante dei lumi, tamburi di guerra e nitriti sfiorano le cicatrici di un’epoca.

La storia non sugli scaffali, ma viva e vibrante.

Che cosa donerai al domani?

Un tour speciale che invita ad attraversare la mostra “The Dreamer” da prospettive inedite, lasciando emergere nuovi legami tra opere, storia, immaginazione e città.

Hans Hartung. In occasione del finissage della mostra “The Invisible Chord.

RHEA. In occasione della decima edizione di The Venice Glass Week, la Fondazione Querini Stampalia presenta “RHEA.

Una delle sale della biblioteca, inoltre, dà alla sua usuale funzione nuovo respiro, ospitando l’antologia di riviste e libri d’arte di Fulvia Larena e Iacopo Prinetti, con un’installazione site-specific di Juliana Zu Stolberg.

L’installazione ‘La Laguna Resiste’ di Joe Habben è allestita in Corte Mazzariol, dove il bar/enoteca Ozio, il progetto ambientale The Tidal Garden e la bottega Ca’ de Memi propongono per tutta la durata dell’evento una selezione di vini naturali e biologici, bevande artigianali e prodotti alimentari locali.

La partecipazione all’evento è gratuita, escluse le consumazioni.

Musica e paesaggio veneziano

Con "Paesaggi di carta e di suoni" la Fondazione Querini Stampalia propone una serata esclusiva tra musica e arte, mercoledì 8 settembre 2021, a partire dalle 19.

Un'apertura straordinaria con aperitivo, per ammirare le opere in mostra sulle note dal vivo del duo Vendrasco-Tonolo.

Alle 19 il concerto in auditorium Tuono e Semituono a cura di Cecilia Vendrasco, flauto, ottavino, flauto basso e Pietro Tonolo, sax tenore, sax soprano, flauto contralto, flutax.

Manoscritti della Biblioteca Querini Stampalia, canzoni da battello del Settecento, partiture che riecheggiano le produzioni della Biennale Musica, brani ispirati alla storia musicale veneziana, andranno a tracciare una mappa musicale della città.

Venezia panoramica. La scoperta dell’orizzonte infinito a cura di Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin.

La più grande veduta di Venezia mai realizzata, quella dipinta nel 1887 dal pittore e decoratore venezianoGiovanni Biasin,viene esposta per la prima volta dopo il recentissimo restauro conservativoche ne ha recuperato gli splendidi colori originali.

Un’evidenza fantascientifica. Luigi Ghirri, Andrea Zanzotto, Giuseppe Caccavalea cura di Chiara Bertola e Andrea Cortellessa.

Il progetto, terzo atto del programma di ricerca legato al Fondo Luigi Ghirri, mette a confronto fotografia, pittura e poesia aprendo una nuova occasione di valorizzazione tra i linguaggi dell’arte.

Il dialogo è a tre: un artista visivo come Giuseppe Cacccavale e un grande poeta come Andrea Zanzotto si confrontano con le opere di Luigi Ghirri sul grande tema del paesaggio.

Informazioni per la visita

Se cerchi una Venezia insolita la Querini Stampalia ti aspetta.

Nel cuore della città, un antico, nobile Palazzo ti accoglie.

E’ un viaggio nel tempo tra arte e bellezza.

Il Museo, con saloni sontuosamente arredati, tavole imbandite che attendono ospiti che da secoli non tornano, alcove segrete di uomini e donne che hanno fatto la Storia.

Ovunque capolavori della grande arte veneta e di maestri contemporanei.

Mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, sculture, globi e dipinti tramandano l’atmosfera della dimora patrizia tra specchi e lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni.

Opere di Giovanni Bellini, Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Bernardo Strozzi, Marco e Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella, Antonio Canova.

ServizioGiorni e orariTariffe
Museo e mostreda martedì a domenica 10 / 18intero euro 10; ridotto euro 8
Biblioteca ed emerotecada martedì a sabato 10 / 24
Biblioteca ed emerotecadomenica e festivi 10 / 19

Servizi: Museum Shop, Museum Café, Audioguide.

Fondazione Querini Stampalia di Venezia

Il percorso riunisce storia familiare, pittura veneziana, arti decorative, musica, architettura e cultura contemporanea.

Per mancanza di spazio, non è possibile soffermarsi sui tanti altri capolavori presenti nell’esposizione.

Quello che emerge dal loro insieme fa di Carpaccio un mirabile cronista contemporaneo della storia veneziana, uno dei più affidabili testimoni della vita e dei costumi del suo tempo, e insieme però un incredibile tessitore di sogni e fantasie, una naturalezza raffinata e pura che nel Novecento servirà da modello per gran parte del realismo magico italiano.

Quel realismo magico che fa di Caccia in valle una sorta di sogno stilizzato dove le figure umane si muovono su barche che sembrano gondole come in un balletto e la natura, acqua, cielo, uccelli, pesci, assiste muta e solenne al gioco della vita, con i suoi rituali e le sue attese, i suoi abbandoni e la sua dolce malinconia.

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